LA LEGA CONTRO UNO DEI SUOI
Insultato, isolato, poi – pare – minacciato. Il senatore Michelino Davico, esponente di lungo corso della Lega Nord, l’11 dicembre ha votato, in dissenso dal suo gruppo parlamentare, la fiducia al governo Letta. "Se cade questo esecutivo, siamo all’anarchia", ha spiegato. "Ora c’è bisogno di senso di responsabilità". Ma ai suoi compagni di partito il puntello (peraltro non numericamente necessario) offerto alla maggioranza non è andato proprio giù. Così, mentre Davico pronunciava la sua dichiarazione di voto, i senatori "padani" si sono alzati dai loro banchi, lasciando fisicamente solo, al suo posto, l’amico di tante battaglie federaliste.
Sono quindi piovuti insulti e il senatore Calderoli (padre del sistema elettorale da lui stesso definito "una porcata") lo ha paragonato a Giuda, citando – pare sia anche un fine esegeta – gli sciagurati trenta denari…
Davico ha raccontato, poi, di aver agito senza alcuna promessa in contraccambio (non una poltrona? "Neppure una sedia!"), ma per il bene del Paese in un frangente particolarmente delicato, che richiede scelte politiche, "non di buttare giù un governo". E, amareggiato, ha confidato che alle parolacce sono seguite le minacce (forse la Magistratura sarà chiamata in causa) e perfino una spregevole allusione a una sua recente, grave patologia: "Il tumore – gli avrebbe detto un ex parlamentare – è una malattia che non perdona".
Lasciar soli, mettere all’indice, minacciare. Non sono certo strategie da "battaglia" politica, per quanto incandescente possa essere. Appaiono piuttosto come vecchi e cattivi arnesi di una trivialità che non dovrebbe aver posto nelle sacre stanze istituzionali. E qualche martire civile del nostro recente passato – Ambrosoli, Falcone, Borsellino, solo per fare dei nomi – ci ricorda che solitudine e disprezzo portano i peggiori risultati. Specie in epoca di incontrollabili forconi…