RISVEGLIO CON I FORCONI

A Torino perché” “il disagio ha un “più”

Difficile decifrare le richieste della piazza. Sta di fatto che qui la protesta ha dilagato oltre l’immaginabile. Segno di una città scossa dalla scomparsa della Fiat e che fa fatica. Mentre Il modello di uno sviluppo nuovo viene progettato e costruito con la lentezza che questi processi richiedono; nel frattempo le condizioni di vita delle persone e delle famiglie peggiorano con regolarità

Sotto la sede della "Voce del popolo", nel cuore di Torino, è passato il corteo studentesco, guidato da un ragazzo con la bandiera italiana. A un certo punto è corso avanti, si è seduto in mezzo ai binari del tram e ha aspettato che dalla pancia del corteo venissero fuori i suoi amici per fotografarlo e filmarlo.Il risveglio della città, stamattina, sembrava dire che la normalità aveva ripreso il sopravvento. Negozi aperti fin dalle prime ore, i carretti a Porta Palazzo, a occupare la grande piazza del mercato che ieri era deserta di bancarelle, mentre la gente si concentrava in questo o quel punto, a fermare un tram o un’automobile. Passando le ore si è visto che la protesta non era finita: i blocchi continuano in due punti strategici dell’accesso a Torino, e forse anche in altre strade. In piazza Castello il presidio c’è ancora, mentre scriviamo. E il corteo degli studenti (poche centinaia) sta ancora attraversando il centro.La cronaca aggiornerà queste notizie; ma i giornalisti sanno bene di essere continuamente sorpassati dai telefonini che documentano a random un "flusso" che non viene più raccontato ma solamente "documentato", testimoniato da quelli stessi che – in questo momento – le notizie le producono. Le tecnologie e le reti sociali hanno trovato anche qui un’utilizzazione che va un po’ oltre lo scambio di messaggini insulsi e foto che sono le vecchie cartoline degli anni ’50.Peccato che, al di là dell’immediatezza fornita dalla tecnologia, non ci siano molti messaggi da trasmettere, o da ricevere. I cortei sventolano la bandiera italiana, le bocche gridano "siamo qui"; ma (per adesso) non c’è altro da gridare, né da rivendicare. È anche questo che "spiazza" chi ha il compito di capire. Alcune distinzioni e alcuni "confini" sono facili e obbligati: la violenza non può andar bene per nessuno; gli infiltrati della protesta sono quelli che la inquinano e la rendono incredibile. Di questo, a Torino più che altrove, si è ben consapevoli, grazie all’esperienza recente accumulata con i No-Tav, dove gli estremisti e alternativi di ogni risma, compresi i provocatori di mestiere, sono riusciti a compiere quel che la politica non era riuscita a fare. Hanno cioè spinto indietro, nei confini angusti della Valsusa, un movimento che – all’inizio – aveva dimostrato grandi capacità di argomentare e di farsi presente.Ma oggi è diverso. Se si tolgono le distinzioni sulla violenza di piazza; se si mettono da parte le violenze verbali scambiate tra il sindaco e il capo dei dimostranti, che cosa rimane? Si può togliere, ancora, l’inutile dibattito sul poliziotto che si leva il casco. L’ha fatto per solidarietà, l’ha fatto perché il lavoro era finito? E allora? Quale significato dovremmo trarne? (Forse uno, principale: che con questi dibattiti diversivi si sposta l’attenzione dai temi principali).Ecco: tolto tutto questo rimangono i fatti: una protesta che qui è dilagata al di là dell’immaginabile. Una protesta che, si sarebbe tentati di proporre, ha catalizzato e incanalato quel "più" di disagio che Torino vive da tempo. La scomparsa della Fiat sta producendo effetti che si prolungano negli anni, e di cui non si può certo "incolpare" direttamente l’azienda. Il modello di uno sviluppo nuovo viene progettato e costruito con la lentezza che questi processi richiedono; ma nel frattempo le condizioni di vita delle persone e delle famiglie peggiorano con regolarità. E non c’è traccia di iniziative – economiche, sociali – che, per lo meno, dicano la consapevolezza della città per problemi che ormai coinvolgono da un terzo a metà dei suoi abitanti.La Chiesa ha fatto e sta facendo la sua parte, attivando ogni genere di iniziative e senza mai interrompere il legame concreto, consapevole che le comunità parrocchiali hanno con le emergenze del proprio territorio. Ma non è sul "terreno della Chiesa" che si discute: è sulle possibilità della comunità civile nel suo insieme che è venuto il momento di fare qualcosa. (*) direttore della “Voce del popolo” (Torino)