DA 29 ANNI A RUVO DI PUGLIA
Vescovo per undici anni della diocesi di Molfetta-Ruvo-Terlizzi-Giovinazzo, Tonino Bello volle creare, pur fra mille difficoltà, un luogo per accogliere i giovani in gravi difficoltà per la dipendenza da droga e alcol. Don Michele Stragapede: “È stato il suo modo di carezzare il volto dell’altro, di coloro ai quali, attivamente, si faceva prossimo, specialmente se impoveriti, emarginati e criminalizzati”
Ventinove anni fa nacque a Ruvo di Puglia la comunità C.A.S.A. (Comunità accoglienza solidarietà amicizia) voluta da don Tonino Bello per ospitare i tossicodipendenti desiderosi di uscire dal tunnel della droga. Il sacerdote che è stato vescovo per undici anni della diocesi di Molfetta-Ruvo-Terlizzi-Giovinazzo, ha dovuto lottare non poco per costruirla, ha dovuto indebitarsi e ipotecare le sue proprietà fino a quando la Provvidenza non venne in suo aiuto: arrivarono sostentamenti e incoraggiamenti da ogni parte e il debito fu presto saldato. I ragazzi e gli operatori, guidati da volontari esperti e tecnici, ripristinarono la struttura, ripararono tetti e intonaci, rifecero impianti e arredi; altri prepararono il terreno circostante per le colture e il lavoro (frutteto, serre e stalle) e approntarono laboratori (serigrafia e hobbistica). Oggi la comunità, intitolata allo stesso fondatore, continua il suo lavoro sotto l’occhio attento di don Michele Stragapede. Non solo recupero psicofisico. "Il percorso di riabilitazione, oltre ad essere improntato sul recupero dalla dipendenza della droga, è anche un richiamo alla conversione perché, sosteneva il suo fondatore un po’ tutti siamo alle dipendenze di qualcosa: dei soldi, dei vizi, dell’egoismo, dei mille vitelli d’oro che ci siamo costruiti nel deserto della vita". A sentir parlare don Michele, il responsabile della comunità, si percepisce tutta la forza trasmessagli da don Tonino Bello. Lui che cercava l’eloquenza del gesto ha subito cercato di dar corpo alla Parola. "La Comunità C.A.S.A. – prosegue don Michele – è stato il suo modo di carezzare il volto dell’altro, di coloro ai quali, attivamente, si faceva prossimo, specialmente se impoveriti, emarginati e criminalizzati. E di fatto la Comunità conserva tutta la sua dimensione di comunità terapeutica e di laboratorio umano per sperimentare forme di prevenzione capaci di far risplendere la dignità regale in ciascuno". Per capire la filosofia di vita e la cultura del lavoro di don Tonino Bello è necessario riprendere un suo celebre aforisma: "Il Padre si serve di vecchie ciabatte per farne calzari di arcangeli, e usa vecchi stracci di cucina per farne tovaglie di altare". Per lui, quindi, anche le persone che sembrano essere arrivate quasi all’epilogo della loro vita fisica e spirituale possono rimettersi in piedi e ritornare a nuova vita. La casa, infatti, affronta l’immediatezza della cura disintossicante dalla droga e mira al pieno recupero della persona come portatrice di innata dignità. "Si intende dare a ciascuno – conclude don Michele – la capacità di esprimere le proprie emozioni, sofferenze e dolori. La bestia della droga colma il bisogno di vivere, dà sicurezza e fa sentire onnipotente fino poi a ridurti a larva umana, disperatamente solo. La comunità agisce sulla valorizzazione delle proprie capacità e potrebbe agire ancor di più sulle possibilità sociali di recupero e reinserimento". Il lavoro e l’essere comunità. Sveglia alle 6.30, venti minuti per lavarsi, colazione tutti insieme e parte la giornata. Coltivazione dei campi, cura delle stalle e degli animali, produzione di prodotti caseari e raccolta dai frutteti, pulizia degli edifici, restauro di mobili, intaglio e creazione di icone votive. Ognuno ha la propria mansione, ognuno cura ogni angolo dei 15 ettari della comunità. Ma tutti insieme, mai da soli. Le attività lavorative sono ben razionalizzate, ordinate e monitorate dagli operatori. Il lavoro in comune è un elemento imprescindibile nel trattamento di pazienti dipendenti da sostanze e da alcol. Tutti i ragazzi sono seguiti quotidianamente da operatori esperti, che supervisionano le attività e periodicamente rielaborano e discutono, insieme co gli stessi pazienti, l’esperienza acquisita e le difficoltà incontrate. Lo scopo di tutto ciò è di permettere ai ragazzi tossicodipendenti di sperimentare e rafforzare tre aspetti quasi sempre assenti o carenti: l’autostima, il senso di responsabilità e soprattutto un atteggiamento di stabilità. La diretta conseguenza di questo metodo di lavoro è favorire una migliore gestione della frustrazione, oltre che della propria impulsività e aggressività. Un avamposto dell’accoglienza. Don Tonino Bello aveva fatto della comunità C.A.S.A. un avamposto dell’accoglienza e dopo quasi trent’anni, tra mille vicissitudini, problemi economici e slanci d’entusiasmo, la comunità "Don Tonino Bello" è divenuta una grande realtà, riconosciuta anche a livello nazionale. Oggi è tutto per i ragazzi in terapia: è una trincea, un laboratorio, una palestra di vita. Da qui sono passati centinaia di ragazzi ritrovando la propria vita. E molti ne passeranno ancora.