DOSSIER CARITAS EMILIA ROMAGNA
Dagli aiuti agli immigrati che vogliono tornare in Patria al sostegno delle ragazze madri (in aumento) e delle ex badanti che hanno perso il lavoro perché le famiglie in tempo di crisi si auto organizzano. Il caso dei poveri rimasti senza alloggio accolti nelle famiglie e le “residenze provvisorie” garantite agli immigrati. In grande aumento le richieste delle famiglie italiane
La crisi economica, il terremoto, l’emergenza Nord Africa. Su questi tre fronti si sono spese in maniera prioritaria le Caritas delle diocesi emiliano-romagnole nel 2012. "Lo stile che continuiamo a proporre e quello che ci caratterizza – riporta il quarto dossier regionale della Delegazione Caritas Emilia Romagna – è quello dell’accompagnamento. Per accompagnare una famiglia fuori dalla trappola della povertà occorre prenderla per mano. Solamente dentro un rapporto personale di fiducia, stabile e profondo, è possibile immaginare, con quella fantasia della carità di cui parlava Papa Giovanni Paolo II, modalità per le quali chi è povero riacquisti fiducia nelle proprie potenzialità e desiderio di rendersi autonomo".
Prossimità nella semplicità. "La strategia – spiega il delegato regionale Caritas, Gianmarco Marzocchini – è quella che la Caritas ha da sempre, della prossimità nella semplicità". Una prossimità – rimarca Simona Melli del Centro culturale Ferrari di Modena illustrando i "numeri" della povertà in regione – "che oggi è ispirata anche dalle parole e dai gesti di Papa Francesco". I dati mostrano un’impennata di quanti, nel 2012, si sono rivolti ai centri d’ascolto: quasi 20mila, con un significativo aumento (+ 3.596) rispetto all’anno precedente. E, pur confermandosi la prevalenza di stranieri – sette su dieci -, "se si considerano solamente i nuovi arrivi", si nota come la quota degli italiani sia aumentata, a dimostrazione di "come probabilmente la povertà al momento stia colpendo con maggiore intensità le persone italiane". Tra i fenomeni nuovi vi sono quanti decidono di abbandonare il progetto migratorio – cambiando radicalmente il proprio piano di vita – e alla Caritas chiedono aiuto per tornare a casa, come pure va considerato un aumento delle ragazze madri e di "ex badanti", che magari hanno perso il lavoro e faticano a trovarne un altro "perché le famiglie – osserva la Caritas – sempre più si auto-organizzano; avendo anch’esse perso il lavoro hanno più tempo per occuparsi dei propri cari non autosufficienti".
Esperienze di accoglienza. Tra le "storie" di solidarietà vi è quella raccontata da don Francesco Scimè, parroco nell’hinterland bolognese. "Il 20 maggio 2012 – racconta – c’erano ancora cinque ospiti, i cosiddetti ‘casi sociali’, che alloggiavano nella nostra ‘Casa della costanza’, una casa molto fragile e vecchia. Queste cinque persone si sono ritrovate sul sagrato della chiesa in piena notte: con i parrocchiani ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti che dovevamo prenderli in casa noi. È successa una cosa su cui erano anni che c’interrogavamo: quando avremo il coraggio di prendere nelle nostre case, alle nostre tavole, i poveri? In un attimo abbiamo scelto e queste cinque persone sono diventate ‘nostre". Analoga l’esperienza vissuta con i profughi del Nord Africa, che in 214 hanno trovato accoglienza grazie alle Caritas. "Abbiamo fornito consulenza legale – annota Damiano Cavina dell’Osservatorio emergenza Nord Africa – e siamo stati al loro fianco per prendere la residenza, primo requisito per avere diritti: la legislazione prevedeva per loro una residenza provvisoria, ma i Comuni hanno fatto resistenza". Tra le altre iniziative vi sono stati "corsi d’italiano, stesura dei curricula per cercare lavoro, corsi professionali, tirocini formativi, microcredito", sempre con difficoltà per gli ostacoli della burocrazia.
Non ci sono solo "pacchi". "I dati – commenta monsignor Douglas Regattieri, vescovo di Cesena-Sarsina e delegato della Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna per il servizio della carità e per la pastorale della salute – evidenziano il lavoro indefesso, spesso nascosto, di tanti operatori Caritas, di tanti volontari e di persone semplici che non disdegnano di chinarsi sulle sofferenze umane". Non ci sono solo "pacchi, sporte e altre cose date a chi bussa ai nostri centri; tra le righe – ricorda il vescovo – noi dobbiamo leggere e intravedere lo spendersi che non si può monetizzare", "l’amore, l’attenzione, l’ascolto e il mettersi accanto". "Sono cambiati i bisogni, ma anche le risorse a disposizione per far fronte alle tante richieste", conclude Marzocchini, e, se da una parte si può avvertire la limitatezza del proprio operato, dall’altra "proprio da questo senso d’inadeguatezza e dal desiderio di far sperimentare vicinanza e testimoniare compagnia" devono nascere "percorsi nuovi", "ribadendo sempre la centralità della persona, tutta e non solo dei suoi bisogni".