SUPERATO IL LIMITE
L’assassinio di una donna a Bari scatena la solita corsa dei giornalisti alla dichiarazione dei familiari e pone una questione etica e professionale. Vengo raggiunto dalla telefonata di una cronista che mi chiede il numero di telefono della figlia della vittima, una mia amica. Mi rifiuto, ma mi chiedo: di fronte a un dolore così grande, la macchina dell’informazione, non si dovrebbe fermare?
Lunedì 11 novembre, Torre a Mare, provincia di Bari: in un complesso residenziale una donna viene brutalmente assassinata sull’uscio di casa. I motivi del delitto sono ancora ignoti ma i media iniziano già a raccontare e ipotizzare. La notizia è già brutta di per sé. Diventa tragica quando ti arriva una telefonata e scopri che la vittima è la madre di una tua cara amica. L’ulteriore notizia ti avvilisce, ti saltano in mente decine di domande, di ipotesi ma soprattutto inveisci e sfoghi la tua rabbia e il dolore. O meglio, vorresti farlo ma in realtà non riesci a dire niente. Cerchi d’immaginare come stia la tua amica, cosa stia provando, cosa sarà del suo futuro senza madre e cosa puoi fare per lenire le sue sofferenze. Sicuramente la miglior cosa che si può fare e starle vicino in silenzio, con discrezione, senza invadere lo spazio intimo del suo dolore. Il giorno della vicenda passa così, in silenzio, ma tra la disperazione dei familiari.
Il giorno successivo capita, invece, qualcosa che ti lascia basito: ricevi la telefonata di una tua collega giornalista, di un’importante testata, che ti chiede il numero di telefono della ragazza. "Sai, il silenzio non fa comodo alla famiglia, la gente può pensare che nascondano qualcosa", mi dice la collega. C’è da restare fermi, impietriti di fronte a tanta naturalezza nel voler invadere la dolorosa privacy dell’amica. Tralasciamo gli epiteti con cui si risponde a tale richiesta, la domanda che ti poni è come si può essere così spietati e sciacalli. Girare tra familiari e amici in lacrime in occasione di momenti così particolari, se non addirittura suonare ai campanelli di casa rivolgendo a destra e a manca le solite domande scontate del tipo "come si sente?", "cosa si sente di dire?", "ci lascia un ricordo?". No. Non si può fare, è eticamente, prima che deontologicamente, sbagliato. È un insulto alla dignità umana.
Credo non ci siano parole per raccontare il dolore immenso che un figlio provi quando si diventi orfani della mamma. E perderla in maniera violenta, all’improvviso, in modo tragico, inaudito è ancora più desolante. Credo che non passi un solo giorno senza che ci si ritrovi a fare i conti con la presenza assente di una madre e con i contraccolpi terribili che la sua morte può avere. Credo che sia necessario avere una solidissima fede in questi casi, così da trovare un po’ di pace.
Quanto ho appena raccontato, mi è capitato in prima persona in questi giorni. Il colpo per il dolore della perdita della mia amica e l’irrispettosa telefonata. Sono stati momenti duri, tra il dolore inguaribile della mia amica e dei suoi parenti e il ribrezzo provato alla richiesta della mia collega. Non si può far finta di nulla. E raccontarlo può aiutarci a metabolizzare il dolore e l’indignazione. L’uomo ha una sua dignità e un cuore da difendere e da proteggere. Bisogna, da una parte, averne rispetto e anteporre il senso della carità cristiana e della solidarietà all’occasione professionale che può capitare. Dall’altra, non si deve restare indifferenti alle notizie che i media passano. Papa Francesco ce lo insegna: curare le ferite e riscaldare il cuore. Ecco cosa ci spetta dinanzi al dolore sconfinato. Altro che frugare nella vita altrui, quasi fosse spazzatura.