PARADOSSO ASIATICO
È il quotidiano “Yamaguchi-gumi shinpo” (“La Gazzetta del clan Yamaguchi”). Un’iniziativa che si spiegherebbe anche con il calo del numero degli affiliati “yakuza”: circa 63.200 su scala nazionale alla fine del 2012, in calo di ben 7.100 unità rispetto all’anno precedente, secondo l’Agenzia della polizia nipponica. Tutto alla luce del sole perché in Giappone non esiste il reato di mafia né quello di associazione a delinquere di stampo mafioso
La seconda banca giapponese, il Mizuho Financial Group, è finita sotto inchiesta per aver concesso prestiti per circa due milioni di dollari a esponenti dell’organizzazione mafiosa yazuka. Il presidente e 54 dirigenti della banca sono stati sanzionati e l’autorità di controllo dei servizi finanziari sta estendendo le indagini ad altri due gruppi bancari. È l’ultima prova dell’attività tentacolare di questa potentissima organizzazione criminale, che nel mese di luglio scorso ha perfino fondato un suo giornale quotidiano, il "Yamaguchi-gumi shinpo" ("La Gazzetta del clan Yamaguchi"). Tra i temi, la poesia, i viaggi per praticare la pesca, rubriche sulla satira e i giochi, la crisi economico-finanziaria e gli equilibri interni all’organizzazione. Una specie di house organ di otto pagine, presentato a Kobe, la città del Giappone centrale dove ha sede il quartier generale dell’organizzazione. Tutto alla luce del sole, perché in Giappone non esiste il reato di mafia né quello di associazione a delinquere di stampo mafioso e con tanto di editoriale del "padrino" Kenichi Shinoda – 71 anni e sesto "kumicho" (boss) del cartello, condannato a 13 anni di carcere per aver ucciso negli anni Settanta un boss rivale con una katana, la spada dei samurai – pieno di suggerimenti ai più giovani sui valori e sulla disciplina da seguire con scrupolo per avere successo.
Le origini storiche. Gli affiliati attuali del clan yakuza discenderebbero dalle figure dei "vigilantes", che nel 1600 avevano il compito di difendersi dai samurai rinnegati dai signori feudali, dai quali dipendevano. I vigilantes – che avevano il porto d’armi e che gestivano il racket del gioco d’azzardo – si organizzarono nel 1700 in clan, uniti dai vincoli del mutuo soccorso e agendo attraverso due reti parallele: i "bakuto", giocatori d’azzardo, e i "tekiya", venditori ambulanti. Il loro codice d’onore era costituito da tre "comandamenti" – non toccare la donna dei seguaci; non rivelare a nessuno i segreti dell’associazione; sii fedele al tuo capo e in maniera rituale si amputavano la falange di un dito per dimostrare fedeltà al proprio capo. Ogni clan faceva capo a una "famiglia" e ciascuna di queste controllava un pezzo di Giappone. A sostenere una famiglia era soprattutto il legame di dipendenza e c’erano dei riti che sugellavano questi legami. Uno di questi era costituito dall’attribuzione di segni di riconoscimento: giacche ricamate con i simboli della famiglia o speciali tatuaggi dipinti sul corpo. Il governo centrale più di una volta scese a patti con la yakuza. A metà del 1700, il governo diede ad alcuni gruppi il compito di riscuotere le tasse. A partire dal 1850 la yakuza si schierò dalla parte del potere imperiale contro gli shogun e nel 1868 ottenne una certa libertà d’azione. Durante i primi decenni del Novecento, i clan gestirono il traffico di manodopera dalla Corea occupata e gli appalti per la costruzione delle grandi infrastrutture che modernizzarono il Paese. Dopo la seconda guerra mondiale, gli affiliati si dedicarono al mercato nero e al business del pachinho, il gioco diffusissimo in Giappone.
La presenza attuale. Negli ultimi anni, il numero di affiliati yakuza è diminuito: sarebbero circa 63.200 su scala nazionale alla fine del 2012, in calo di ben 7.100 unità rispetto all’anno precedente, secondo l’Agenzia della polizia nipponica. I loro affari sono simili a quelli di tutte le mafie del mondo: gioco d’azzardo, prostituzione, droga, usura, racket e operazioni di vario genere effettuate con società di copertura.