SORVEGLIATA SPECIALE

Tanto tuonò che piovve” “anche sulla Germania

Nella complessa strategia di governance europea emergono cinque punti fermi. Primo: iniettare fiducia. Secondo: le economie sono interdipendenti. Terzo: la Germania non può correre da sola e deve tendere la mano agli altri Paesi d’Europa. Quarto: altri 15 Stati devono cambiare marcia. Quinto: la priorità è il lavoro

La Germania "resta il motore economico" europeo e tutti "dovremmo diventare un po’ più tedeschi", almeno per quanto riguarda la produttività e il rigore di bilancio. Eppure, detto questo, la stessa Germania finisce per la prima volta sotto la lente di osservazione della Commissione di Bruxelles, "rea" – se così si può dire – di avere un’eccessiva eccedenza di bilancio e un sistema produttivo e commerciale troppo forte rispetto al resto dell’Unione e rivolto all’esportazione.Succede anche questo nell’Europa della crisi e della disoccupazione dilagante. Eppure le decisioni assunte dall’Esecutivo comunitario hanno la loro logica, desumibile dall’analisi di una serie di corposi documenti presentati il 13 novembre, cui ne seguiranno altri venerdì 15. Fra questi testi – con i quali prende formalmente inizio il quarto semestre europeo per il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio – figurano l’"Esame annuale della crescita" (fissa le priorità economiche e sociali degli Stati membri per il prossimo anno, da perseguire mediante riforme e politiche coerenti), il "Rapporto sul meccanismo d’allerta" (identifica disequilibri e rischi sistemici all’interno del mercato unico), i pareri sui progetti di bilancio dei Paesi di Eurolandia, i rapporti sulle procedure per deficit eccessivo e, non ultimo, il Rapporto congiunto sul lavoro.Ebbene, dalla presentazione di questi tasselli della complessa strategia di governance, voluta dai 28 Stati Ue e coordinata dalla Commissione, sono emersi almeno cinque punti fermi. Il primo tende a iniettare fiducia: "L’economia Ue è giunta a una svolta. Gli sforzi comuni cominciano a dare risultati e la crescita sta lentamente ripartendo". L’annuncio viene dal presidente della Commissione, José Manuel Barroso, cui fa eco il commissario competente Olli Rehn: "Le previsioni economiche", presentate la scorsa settimana, "dimostrano che siamo sulla buona strada" (anche se una lettura delle medesime previsioni non appare poi così incoraggiante). A questo punto servono, per l’Esecutivo Ue, stabilità politica in tutti gli Stati (Italia compresa, specifica Barroso), timone fermo su riforme e aggiustamento dei conti pubblici e, essenziale, "la creazione di posti di lavoro, specie per i giovani", condizione qualificante per definire una vera ripresa.Punto secondo. Visto che le economie dei Paesi Ue sono sempre più interdipendenti (specie quelli che adottano la stessa moneta) "è chiaro – puntualizza il presidente della Commissione – che la politica economica non è più solo una responsabilità nazionale" perché le azioni di ogni Paese influiscono sugli altri, "quindi c’è un interesse europeo da tutelare insieme". In tale direzione è orientato il Semestre europeo e diverse altre azioni intraprese in sede Ue dallo scoppio della crisi in poi. "La Commissione non può e non vuole certo gestire le politiche economiche nazionali – si sente in dovere di ribadire Barroso -. Si tratta di garantire che ciò che è buono per un Paese membro lo sia anche per gli altri".E qui arriva la Germania (terza convinzione emersa). "La Germania – dichiara ancora Barroso – è uno dei motori dell’economia continentale ed è un valore aggiunto per l’Ue. Si riscontrano però stabili eccedenze nelle partite correnti" e in particolare un saldo fortemente positivo dovuto all’export. "Nessuno di noi si sogna di contestare la competitività della Germania. Anzi, in questo senso tutti noi dovremmo essere un po’ più tedeschi. Ma quello che vogliamo stabilire è se tale orientamento" del più grande Paese comunitario "frena la ripresa altrui, o se invece può essere riorientato" allo sviluppo dei Paesi vicini. Ad esempio aprendo il mercato dei servizi alle aziende degli altri Stati dell’Unione; oppure favorendo la domanda interna ("riequilibrando il livello dei salari con la produttività") che ha a sua volta ricadute fuori dai confini teutonici; investendo nelle economie dell’Ue… Insomma, la politica berlinese, gli industriali tedeschi, il sistema-Paese nel suo insieme, dovrebbero tendere la mano all’Europa. Il benessere nazionale non può intralciare la ripresa altrui: e su questo punto la Commissione sembra prendere coscienza di un dibattito innestatosi da tempo in Europa e non solo.Ma se la Germania mostra un’economia troppo "forte", altri 15 Stati dell’Unione vedono aprirsi procedure – quarta evidenza – da parte della Commissione. I problemi sono differenti: la Francia "perde competitività" e mostra un deficit superiore al 3% consentito da Eurolandia; l’Italia "deve proseguire con le riforme avviate", poste sempre "a rischio dalla possibile instabilità" politica; squilibri eccessivi si rilevano anche per Spagna, Ungheria e Slovenia; l’economia croata è in affanno. Sotto osservazione finiscono inoltre Belgio, Bulgaria, Danimarca, Malta, Paesi Bassi, Finlandia, Svezia e Regno Unito e persino il Lussemburgo.Il quinto punto fermo – ma bisognerebbe partire da qui – lo ricorda Laszlo Andor, commissario all’impiego: "La priorità per tutti deve restare il lavoro. Senza lavoro le famiglie" non arrivano a fine mese, i giovani "non hanno futuro", gli squilibri sociali aumentano, "la povertà si diffonde", ponendo a sua volta in pericolo la stabilità sociale e politica. Chissà se Angela Merkel, nello stendere il programma del suo nuovo governo, ne terrà conto.