OSPEDALE DA CAMPO/5" "
A Russe, sul Danubio, 70 senza dimora hanno trovato casa. Oltre al pasto caldo, il rifugio e l’assistenza medica, qui le persone ricevono soprattutto gesti di umanità, attenzioni; c’è qualcuno pronto ad ascoltarne i racconti e i problemi. Cresciuto in una famiglia povera, il vescovo Petko Hristov ha preso a cuore l’iniziativa: “Nell’Anno della fede non c’era modo migliore per dare una testimonianza cristiana”
"Il samaritano ha visto questo povero uomo, ferito, malamente ferito, buttato sul pavimento della strada, e ne ha avuto compassione. Ha avuto il cuore aperto, è stato umano. E l’umanità lo ha avvicinato". Queste parole di Papa Francesco, pronunciate a commento della nota parabola evangelica in una delle omelie nella chiesa di Santa Marta, sono la bussola quotidiana nella casa di accoglienza per i senza dimora "Il buon samaritano", nella città bulgara di Russe, sul Danubio. La struttura, aperta nove mesi fa dalla Caritas in collaborazione con l’amministrazione comunale, si trova in una ex scuola. Un edificio modesto, ma interamente ristrutturato e funzionale. La casa si trova nel quartiere dei rom, perciò Martin Nikolov, capo progetto, ci accoglie sorridendo con le parole: "Qui siamo veramente nella periferia", geografica ed esistenziale.
Fasciare le ferite, riscaldare i cuori… Ogni giorno, insieme ad altri quattro ragazzi, Nikolov continua a "fasciare le ferite e a riscaldare i cuori" dei circa 70 senza dimora che vi soggiornano. Oltre al pasto caldo, il rifugio e l’assistenza medica, qui le persone ricevono soprattutto gesti di umanità, attenzioni; c’è qualcuno pronto ad ascoltarne i racconti e i problemi. "A parte il fatto che siamo la seconda casa di accoglienza per senza dimora in tutta la Bulgaria – racconta l’operatore sociale al Sir -, cerchiamo di dare alle persone quel calore umano che magari nei lunghi anni trascorsi per strada non hanno ricevuto". E gli inquilini del "Buon samaritano" lo confermano. Darinka, ad esempio, ha 48 anni ed è arrivata al rifugio con cinque buste di plastica. Era tutto ciò che aveva, oltre ai due cani che l’accompagnavano. All’inizio non ha voluto neanche entrare, perché non poteva separarsi dagli animali, diventati "i miei familiari". Prima – racconta un po’ timorosa, e senza voler svelare, comprensibilmente, il cognome – ha lavorato come sarta, poi la fabbrica è stata chiusa. Racconta: "Vivere fuori è molto duro, soprattutto per le donne. C’è tanta delinquenza e d’inverno le temperature scendono a meno venti gradi". Infatti a Russe l’inverno è particolarmente gelido e ogni anno ci sono casi di morti per strada a causa del freddo, mentre altre persone, condotte in ospedale, devono subire l’amputazione di dita o arti congelati. Anche per questa ragione la Caritas ha deciso di aprire il progetto.
Testimonianza cristiana. "Chi è senza casa – spiega Stefan Markov, direttore dell’organizzazione a Russe – è particolarmente vulnerabile, ed esposto all’umiliazione di essere allontanato perché indesiderato". "Stare accanto a loro, ai rifiutati dalla società, è un nostro dovere cristiano", aggiunge convinto, il vescovo Petko Hristov. Cresciuto in una famiglia povera, il prelato ha preso particolarmente a cuore l’iniziativa perché, spiega, "nell’Anno della fede non c’era modo migliore per dare una testimonianza cristiana".
L’atelier di Velislav. "Per aiutare ciascuno in vista di una possibile integrazione nella società – spiega ancora il capo progetto Nikolov – organizziamo momenti comuni, gite; attualmente si svolgono anche dei corsi di disegno". Il contatto umano, la capacità di ascolto, l’accompagnamento personale sono il "valore aggiunto" di cui ogni ospite ha bisogno, oltre che di un letto, di un piatto caldo e di vestiti puliti. La conferma del successo dei corsi di disegno è dimostrata da una visita all’atrio, che sembra una piccola galleria d’arte. Vi sono esposti i modelli di Velislav, 51 anni, appassionato di scultura, il quale ha anche un suo piccolo atelier, all’ultimo piano della casa. Racconta di essere "rimasto vittima di una truffa e così ho perso il mio appartamento". Poi la moglie l’ha lasciato e, "insieme a nostro figlio, si è rifatta un’altra vita senza di me". Aggiunge con tono dimesso e il dolore negli occhi: "È molto difficile rimanere soli". Poi alza lo sguardo e inizia a sognare: "Mi piacerebbe un giorno fare una mostra nel centro di Sofia". Per altri il sogno è ancora più semplice: avere una propria roulotte, come per la famiglia rom di Anka e Andrej che, una volta riusciti a trovare questa sistemazione, l’hanno posta nel cortile del "Buon samaritano". Ora Anka è contenta perché, spiega, "posso vivere insieme a mio figlio che era in un altro istituto". Per loro la roulotte rappresenta la speranza di un nuovo inizio.