SINDACATI MALATI

Gli sciopericchi sono rituali vuoti

Le organizzazioni sindacali italiane stanno affrontando la più grande crisi del Dopoguerra con un conservatorismo disarmante, mentre nel resto d’Europa sono in prima linea per guidare il cambiamento. E sia chiaro: noi vogliamo sindacati forti in quanto moderni e capaci di rappresentare tutti i lavoratori, tutto il lavoro

Ci sarà da rivedere più di qualcosa, nelle strategie di comunicazione e di protesta che i sindacati italiani continuano ad attuare nonostante la loro certificata inutilità. Perché le ore di sciopero generale proclamato dalla Triplice giovedì 14 novembre appaiono ormai rituali e inevitabili come il raffreddore autunnale: arriva, dà un po’ di fastidio e poi passa senza lasciare conseguenze.
Si protesta contro la legge di stabilità del governo Letta, e concordiamo che tale guazzabuglio legislativo – in continua evoluzione – abbia più di una zona d’ombra. Ma uno sciopero generale! Che poi si risolve in qualche ora di lavoro perso soprattutto nel pubblico impiego (e sai che gioia per le casse dello Stato!), e nell’ennesima manifestazione di piazza con palco e bandiere e federazioni di pensionati ad assistere… Insomma, alla fine alla controparte-Stato non sfiora un baffo; ci sono i soliti disagi ai cittadini, un po’ di retribuzione persa (che pesa) e le dichiarazioni ai tiggì serali. Domani è un altro giorno.
Bisogna cambiare, tutti. Anche i sindacati che appaiono sempre più distanti dall’Italia reale, se le loro tessere arrivano soprattutto dal pubblico impiego e dai pensionati. Lontani in particolar modo dai giovani, da chi "sta di qua" e fa lo slalom tra forme contrattuali fantasiose, precariato, stage gratuiti, comunque nessun diritto e nessuno che s’incarichi di difenderli.
Non tutto è buio, per carità. Molti sindacalisti si sono spremuti per difendere occupazione e posti di lavoro in questi anni di crisi; in certi casi hanno contribuito a risollevare le sorti aziendali, o a promuovere forme di auto-imprenditorialità tra i lavoratori. Sono splendidi quei casi – neppure così rari – di dipendenti che prendono in mano le redini dell’azienda mandata in rovina da imprenditori o manager di dubbia qualità.
È la testa che appare ormai legata a ritualità stanche e improduttive, a quel "confronto con le parti sociali" che sembra sempre di più un’inevitabile e sterile fase della procedura. A quel minacciare o proclamare scioperi che, o fanno bum!, o si rivelano armi spuntate, quindi inoffensive.
È la politica che fissa le regole, che disegna il futuro. Ma è il sindacato che ha (avrebbe) un ruolo di primo piano nel mondo del lavoro. Orbene: si sta affrontando la più grande crisi del Dopoguerra con un conservatorismo che lascia il tempo che trova, mentre nel resto d’Europa i sindacati sono in prima linea per trovare soluzioni e cambiare le situazioni.
Qui, si sciopericchia. Ad esempio, per l’ennesimo blocco della rivalutazione dei contratti nel pubblico impiego deciso da Letta. Il governo impoverisce gli "statali" non sapendo né volendo cambiare il loro lavoro per renderlo più qualitativo, più efficace. Quindi anche meno costoso.
Dov’è la controproposta sindacale? Basti considerare il mondo della scuola, un pantano dove non si muove nulla e dove i sindacati sono super-presenti.
Scriviamo tutto ciò non perché vogliamo un iper-liberismo da giungla americana; al contrario vogliamo sindacati forti in quanto moderni e capaci di rappresentare tutti i lavoratori, tutto il lavoro. Sono stati una grande conquista per le nostre società contro i "padroni delle ferriere" e chi considerava i lavoratori come numeri, come oggetti. La precarizzazione di massa dei lavoratori, che altro è se non un ritorno all’Ottocento? Ci si mette un attimo a tornare lì, se mancheranno valide sentinelle sul fronte sindacale.