TERZO SUICIDIO

Roma città omofoba?” “Difficile da accettare

Roma città omofoba? Il terzo episodio in dodici mesi. La notte tra sabato e domenica Simone, 21 anni, si è ucciso lanciandosi dall’undicesimo piano di uno stabile dell’ex pastificio romano della Pantanella. Era gay. Nel suo messaggio ai genitori un grido d’accusa contro l’omofobia: "Chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza". Increduli di fronte alla tragedia e straziati dal dolore, i genitori affermano di non essersi mai accorti della condizione del figlio, mentre è stata aperta un’indagine per scoprire se il giovane sia stato vittima di discriminazioni o vessazioni.Colpisce la testimonianza odierna di Teresa Manes, madre del quindicenne gay che, sempre nella capitale, si è tolto la vita nel novembre dell’anno scorso: "Ho saputo che lo chiamavano il ragazzo dai pantaloni rosa il giorno del suo funerale". Sappiamo che i ragazzi possono essere violentemente crudeli, fino a indurre al suicidio, ma è presto per dire come siano andate veramente le cose per Simone.Colpisce, però, che ancora una volta teatro della tragedia sia stata Roma. Perché, ancora una volta, un suo giovanissimo cittadino ha scelto di sottrarsi con una scelta senza ritorno ad un tormento divenuto per lui intollerabile? Indipendentemente da come si siano svolti effettivamente i fatti, gesti estremi come questi dicono di una sofferenza e solitudine senza ritorno, e di un’incapacità, forse anche da parte chi è più vicino a questi ragazzi, di intercettarne la disperazione. I pregiudizi contro la diversità – ogni tipo di diversità – sono duri a morire; soprattutto quelli coltivati nel brodo di un machismo aggressivo e becero.Roma è una città frenetica, un arcipelago di solitudini e silenzi all’interno di un contesto socioculturale più ampio spesso dominato da ignoranza e incapacità di ascolto, ma è anche una città che in diverse occasioni ha saputo dimostrarsi aperta, accogliente e generosa. Non vogliamo pensare che sia omofoba, ma allora, perché?