REPUBBLICA CENTRAFRICANA
L’arcivescovo di Bangui, Dieudonné Nzapalainga, accompagnato da Caritas internationalis, sta mettendo in campo un’azione di moral suasion per riattivare meccanismi di sicurezza a favore della popolazione. Il dramma dei bambini-soldato “che usano le armi come fossero penne. Bisogna assolutamente disarmarli e riportarli a scuola”. Sull’Accordo di Roma l’auspicio di un incontro con la Comunità di Sant’Egidio
Sicurezza, aiuti umanitari, disarmo dei bambini-soldato e di tutti ribelli della coalizione "Seleka" che si comportano ancora come "signori della guerra" nella Repubblica Centroafricana. È quanto sta chiedendo incessantemente a Ginevra, incontrando diplomatici, responsabili di organizzazioni internazionali e organismi non governativi, l’arcivescovo di Bangui monsignor Dieudonné Nzapalainga, accompagnato da Caritas internationalis. La sua visita in questi giorni a Ginevra avviene, non a caso, pochi giorni prima che i delegati centrafricani siano ricevuti, il 25 ottobre, dall’Upr (Universal periodic review), un meccanismo dell’Onu che dal 2008 verifica, ogni quattro anni e mezzo, la situazione dei diritti umani in tutti i Paesi del mondo. A causa dell’insicurezza seguita al colpo di Stato del 24 marzo, che ha portato al potere l’ex capo della coalizione Seleka Michel Djotodia, la situazione è ancora drammatica. Le scarse notizie sulla Repubblica Centrafricana parlano di 1,6 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti umanitari urgenti (un terzo della popolazione), più di 270mila sfollati all’interno e all’esterno del Paese. Il culmine della crisi è nella città di Bossangoa, a 300 km a nord della capitale Bangui, dove sono state distrutte 2.000 case e 37mila persone hanno cercato rifugio nella missione cattolica. L’arcivescovo Nzapalainga, che è anche presidente della Caritas centrafricana, dice che il numero di ribelli armati che terrorizzano il Paese è salito da 3.500 a 25mila. Lo abbiamo intervistato. Chi ha incontrato finora a Ginevra per denunciare le violazioni dei diritti umani nel suo Paese? Quali promesse le sono state fatte?"Ho incontrato, tra gli altri, responsabili dell’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), dell’Ocha (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari) e di diversi dipartimenti che si occupano di salute, rifugiati, diritti umani; ambasciatori e diplomatici; un padre domenicano che si occupa di diritti umani a livello ecclesiale. L’Ocha ci ha promesso di metterci in contatto con i loro referenti nel Paese, tramite Caritas internationalis, per lavorare in rete e condividere le nostre competenze. Noi siamo radicati su tutto il territorio, loro hanno i mezzi. Possiamo coniugare gli sforzi per rispondere alle attese della popolazione. Anche l’Unhcr ha un referente in Centrafrica. Ho chiesto di velocizzare le procedure burocratiche, altrimenti la gente durante l’attesa muore. Rispondere cioè rapidamente ai bisogni di base. Gli ambasciatori sono stati sensibilizzati, quindi ora spetta a loro diffondere le informazioni ai livelli più alti". Cosa ha chiesto, in particolare?"Chiediamo un impegno effettivo perché sia ristabilita la sicurezza, rafforzando la missione di pace dell’Unione africana per proteggere la popolazione civile, che subisce soprusi da parte di banditi e bande criminali. E una maggiore mobilitazione degli organismi umanitari per aiutare i civili su tutto il territorio centrafricano. Gli operatori rischiano la vita, così, a causa dell’insicurezza, molti organismi sono rimasti a Bangui. Ci sono tantissimi sfollati che continuano a dormire nella savana. Hanno perso tutto, le loro case sono state bruciate, sono esposti a tantissime malattie. Bisogna aiutarli a ricostruire le loro case, ma anche a ricostruire i legami. Si possono disarmare le persone ma bisogna disarmare soprattutto i cuori e le teste. Questa è la cosa più importante e più difficile. Bisogna che il governo continui a fare pressione affinché la Seleka deponga definitivamente le armi, in modo che la popolazione sia libera di muoversi senza pericoli sul territorio". La situazione è peggiorata ovunque?"C’è stato un leggero cambiamento a Bangui, dovuto alla presenza dei soldati della missione di pace dell’Unione africana, ma le forze della Seleka si sono ritirate nei villaggi con le loro armi e sono diventate dei veri ‘signori della guerra’. La gente quando li vede fugge nella savana perché sanno che sono lì per ucciderli, maltrattarli, picchiare, violentare. Non ispirano nessuna fiducia. Interi villaggi sono stati abbandonati". Ci sono poi molti bambini-soldato…"Sì ci sono molti bambini-soldato che usano le armi come fossero penne. Bisogna assolutamente disarmarli e riportarli a scuola. Solo con l’educazione possiamo aiutarli. Alcuni sono centrafricani, altri sudanesi o ciadiani e parlano solo arabo". A settembre è stato firmato l’Accordo di Roma per la pace nella Repubblica Centrafricana, con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio. Come procede?"Uno dei ministri firmatari dell’accordo della comunicazione, Christophe Gazam Betty, ministro per la comunicazione, la promozione della cultura civica e la riconciliazione nazionale è stato fatto dimettere dal governo. Mi auguro che la Comunità di Sant’Egidio venga a parlarci, che la popolazione centrafricana sia informata e coinvolta e che l’accordo non sia legato solo ad una persona. La questione è ancora aperta".