LA CRISI SIRIANA

Scontro confessionale” “tra sciiti e sunniti:” “paura tra i cristiani

Parlano gli esponenti delle Chiese di Libano, Iraq, Giordania e Arabia settentrionale. Tutti prendono le distanze dal conflitto e auspicano la via diplomatica, purché a pagare non siano i popoli assoggettati a nuovi o vecchi regimi

Si apre oggi (fino all’8 ottobre), a New York, la 68ª assemblea generale delle Nazioni Unite. Oltre cento capi di Stato e di governo da tutto il mondo parleranno anche della situazione in Medio Oriente e della crisi in Siria, dove da due anni e mezzo sono in corso scontri tra Regime e ribelli, e ora anche tra forze laiche e miliziani jihadisti della stessa Opposizione. Stando ai rapporti Onu, il conflitto avrebbe già causato la morte di più di 110mila persone e circa 2 milioni di profughi. Sullo sfondo l’urgenza di fermare il massacro e stabilizzare l’intera area mediorientale. Preoccupazione condivisa anche in Libano, Giordania e Iraq, che della crisi siriana risentono direttamente gli effetti come detto al Sir da alcuni vescovi della regione. Scontro confessionale. "In Libano tutti hanno paura del conflitto in Siria – spiega al Sir monsignor Paul Dahdah, vescovo latino di Beirut -. Erano previste le elezioni ma fintanto che in Siria permane una situazione come quella attuale non si terranno". A preoccupare, e non poco, il vescovo sono due circostanze: l’enorme massa di profughi siriani giunta in Libano che la Caritas locale cerca in ogni modo di sostenere e le lotte tra sciiti e sunniti, che, afferma, "stanno alimentando a livello confessionale il conflitto siriano e provocando divisioni anche da noi". "In Libano – prosegue il vescovo – Hezbollah è alleato di Assad ma ci sono altri che si stanno schierando con i ribelli. A Tripoli, città sunnita, i capi dei quartieri stanno aiutando i ribelli. Non so se essere ottimisti per il futuro, se guardiamo il caos che sta crescendo nei Paesi arabi non c’è da stare sereni ma siamo cristiani quindi guardiamo al futuro con fiducia. Confido nella massa dei musulmani moderati perché si ristabiliscano ordine e diritto". Mons. Dahdah, poi, allontana le accuse che vedono i cristiani siriani schierati con il regime: "I cristiani non sono per Assad, ma hanno scelto il male minore ben sapendo che il futuro governo in Siria potrebbe essere quello dei fondamentalisti islamici". Sulla vena confessionale della crisi siriana si sofferma anche monsignor Benjamin Sleiman, vescovo latino di Baghdad. "La lotta tra sciiti e sunniti la viviamo anche noi in Iraq – dichiara al Sir – a questa si deve la nuova ondata di violenze nel nostro Paese che da aprile a oggi ha prodotto circa 4mila morti. Uscire da questa situazione non è facile quando la corruzione regna sovrana, quando la politica ristagna dentro le stanze del potere. E la gente emigra, cristiani in testa". Ora sono meno di mezzo milione. Nonostante queste difficoltà, l’Iraq non manca di aiutare concretamente le migliaia di profughi siriani riparati in Kurdistan. Il dramma dei profughi. Meno instabile dal punto di vista politico sembra essere la Giordania che però deve assistere, a livello umanitario, circa 700mila profughi siriani che rappresentano un detonatore di una possibile crisi interna. "Un dramma immenso" lo definisce al Sir monsignor Maroun Laham, vicario per la Giordania del Patriarcato latino di Gerusalemme. "Come Caritas facciamo il possibile per venire incontro ai bisogni di circa un milione di profughi ma non è facile per un Paese piccolo come il nostro. Abbiamo sei parrocchie che si stanno prodigando con centri di assistenza medica, scolastica e di distribuzione, sostenuti dalla Caritas. Nei campi la situazione è abbastanza tranquilla, anche se non mancano delle tensioni. La paura di infiltrazioni terroristiche è reale, anche se limitata, dato il controllo delle autorità". Preoccupa e non poco "la presenza sul terreno di ribelli integralisti armati che ha reso ancora più grave la situazione dei cristiani". Tuttavia il vescovo dice non credere "a un dopo Assad governato da islamisti", quanto piuttosto ad "un governo moderato, di transizione formato dalle diverse fazioni dell’Opposizione e dell’attuale regime. Bisogna vedere cosa pensano Washington e Mosca". Geograficamente distanti ma molto vicini "alla causa siriana anti-Assad" sono l’Arabia Saudita ed il Qatar, che finanziano le fazioni ribelli. Monsignor Camillo Ballin, vicario apostolico dell’Arabia settentrionale, non nasconde i suoi timori per una escalation del conflitto in caso di attacco Usa in Siria che innescherebbe, a suo dire, "una reazione di sostegno ulteriore ad Assad da parte del presidente russo, Putin". Ne nascerebbe "un conflitto tra due elefanti e quando due pachidermi lottano fra loro a rimetterci è l’erba, cioè il popolo. Credo che una via negoziale sia ancora possibile ma serve capacità di rinuncia da parte di Assad e dei ribelli. Non si può dialogare se non vi è la disponibilità reciproca ad ascoltarsi e a modificare le proprie vedute in vista di un bene comune. Lo scontro armato non è la soluzione".