BILANCIO DELLA VISITA

“Sono felice”: il saluto” “di Francesco” “al popolo di Sardegna

L’arcivescovo di Cagliari, Arrigo Miglio, evidenzia le peculiarità. Dall’intensità dell’incontro con i singoli alla partecipazione personale al dolore. Dall’invito ai giovani ad osare alla sottolineatura delle responsabilità di chi adora l’idolo denaro. E ancora: “Dobbiamo raccogliere le sue parole e non lasciare che cadano nel vuoto. Certamente per noi diventano una responsabilità e un programma. Ci sentiamo un po’ responsabili anche verso il resto del Paese”

Il Papa ha restituito speranza alla Sardegna. Così come era nel desiderio dei vescovi – che lo avevano auspicato nel messaggio preparatorio – e del popolo sardo, Papa Francesco è venuto ieri a parlare di lavoro, condannando un sistema economico "ingiusto" che mette al centro "l’idolo denaro", con parole forti e toccanti per tutti. L’arcivescovo di Cagliari, monsignor Arrigo Miglio, lo ha accompagnato per tutta la visita. Undici ore consecutive, dalle 8 alle 19. Così racconta questo evento importante. Un bilancio a caldo della visita del Papa a Cagliari…"È rimasto molto colpito dalla folla e dalle persone che ha incontrato. Avrebbe voluto fermarsi con tutti. La gente ha capito che ha bisogno del contatto diretto. La parola speranza è tornata spesso, con l’invito a non lasciarsela rubare, a non venderla. Il Papa ha ricordato che perdere la speranza vuol dire essere sconfitti. Per cui ci ha invitato a coltivarla, a scoprirne le fonti, ma soprattutto a non arrenderci alla rassegnazione, allo scetticismo. Lo ha detto ai lavoratori, ai giovani, alla messa al santuario di Bonaria. Questa è la parola centrale, il leitmotiv della giornata. La parola speranza è stata poi legata al verbo ‘osare’: ha detto ai giovani di non adorare la ‘dea lamentela’ e di osare, invece di usare prodotti che danno la morte". Il Papa ha parlato del tema del lavoro in modo particolarmente intenso. Tantissima gente era commossa. Un incoraggiamento forte in questo momento difficile?"Sì, soprattutto per i giovani e per i padri di famiglia. Il Papa, sia in pubblico, sia in privato, ha dimostrato di sentire molto forte, sulla propria pelle, il problema del lavoro. Ne ha parlato con sofferenza, facendo esempi personali. È come se somatizzasse questi problemi. Ha ricordato che il lavoro non è solo necessario per portare a casa il pane quotidiano, ma è una dimensione importante per la completezza della persona, per diventare artefici della propria vita". Chi deve sentirsi responsabile del furto della speranza?"La speranza può venirci rubata, qualche volta siamo noi che la vendiamo o la svendiamo. Sono due prospettive che si illuminano a vicenda, si tratta di capire chi sono i ladri di speranza. Forse sono fischiate le orecchie a tutti quelli che non fanno abbastanza per i posti di lavoro e che mettono al centro la finanza e il denaro. È una mentalità che taglia fuori gli estremi, i giovani e gli anziani. Il suo discorso dovrebbe toccare tutti coloro che hanno responsabilità politiche ed economiche, anche se il tema del denaro considerato ”idolo’ è rivolto a tutti i livelli sociali". Anche ai poveri in cattedrale e al mondo della cultura ha detto parole forti…"Sì, è stato molto netto, quando ha fatto riferimento a coloro che fanno beneficenza solo per farsi vedere. Ha detto: è meglio che stiano a casa. Nell’incontro con il mondo della cultura ha parlato della necessità di mettere insieme scienza e fede, dicendo che la fede non limita la ragione ma anzi invita ad aprire gli orizzonti". Il Papa è voluto venire a Cagliari per rendere omaggio a N.S. di Bonaria. Però alla fine ha parlato molto del problema del lavoro. L’obiettivo è cambiato?"Ho chiesto al Papa se ha avuto il tempo sufficiente per stare nel santuario di Bonaria, come era suo desiderio. Ha risposto di sì. Il legame con N.S. di Bonaria è stato il primo motivo che ha portato qui Papa Francesco ma ho avuto l’impressione che conosca bene la povertà nella nostra regione e il problema del lavoro. Il fatto che sia stato prima a Lampedusa e poi sia venuto in Sardegna sono segnali importanti per capire da dove il Papa vuole partire per approfondire la conoscenza del nostro Paese". Durante il primo incontro con i lavoratori ha indossato l’elmetto di un minatore…"Sì, lo ha fatto con piacere. C’era con noi anche don Salvatore, il sacerdote che segue i problemi del Sulcis. Il Papa si è stupito di sapere che anche i sacerdoti scendano in miniera per celebrare la messa, anche a Natale. Ci ha raccontato che in Argentina non è possibile, perché c’è molta superstizione e hanno paura che il prete ‘porti male’". Poi ha avuto parole durissime contro il sistema economico dominante. Quale spazio si apre per l’impegno dei cattolici?"Lo spazio che si apre è la critica ad un certo tipo di sistema. Nella Chiesa le leggi economiche non sono ineluttabili, è possibile criticarle avendo come criterio centrale l’uomo, la donna e la famiglia. Per quanto riguarda la Chiesa sarda, credo che dovremo impegnarci per far crescere una cultura diversa e non ripetere gli stessi schemi dominanti. È una crisi epocale: i modelli economici ed ecologici vanno rivisti, cercando strade diverse, per non tornare come eravamo. Bisogna rendersi conto che l’economia non è fatta di leggi ineluttabili". Per la Chiesa sarda cosa rimane a conclusione di questa lunga giornata?"L’ultima parola che mi ha detto prima di salire sull’aereo è stata: ‘Sono felice’. Io mi sono un po’ scusato per il programma intenso a cui l’abbiamo sottoposto. Non ha staccato un momento, anche durante il pranzo con i vescovi ha continuato a dialogare con le persone. Dobbiamo raccogliere le sue parole e non lasciare che cadano nel vuoto. Certamente per noi diventano una responsabilità e un programma, anche perché è la prima visita così estesa che il Papa compie in una regione italiana. Ci sentiamo un po’ responsabili anche verso il resto del Paese".