PER NON DIMENTICARE/3
La partecipazione alla Resistenza – notano gli storici – fu un fatto naturale fra il clero, i religiosi e le suore; l’85 per cento di loro aiutò, con cristiana spontaneità, gli ebrei, i perseguitati politici, i partigiani, i giovani in fuga dall’esercito di Salò, i soldati alleati in cerca di rifugio, senza chiedere postumi attestati. Nel memoriale Yad Vashem di Gerusalemme, fra i “giusti delle nazioni”, è significativa la presenza di 62 fra cardinali e vescovi, preti, frati e suore
Sono beati e santi cattolici, decorati al valore militare e civile per la partecipazione alla Resistenza, inclusi in Israele fra i "giusti delle nazioni" per aver salvato ebrei. Parliamo di religiosi italiani. Vanno ricordati in questi settant’anni dalla caduta del fascismo il 25 luglio 1943 con il successivo armistizio dell’8 settembre, seguito dall’occupazione nazista del Paese e dai diciotto mesi di guerra partigiana.Gli eccidi dei tedeschi contro le popolazioni erano cominciati ancor prima che le forze dell’Asse, in agosto, dovessero lasciare la Sicilia: a Mascalucia, a Pedana, a Castiglione; con l’uccisione, a Messina, del primo prete italiano, don Antonio Musumeci, accorso a difendere la gente. Dopo l’armistizio, a Napoli tocca a don Gino Cruschelli; il 19 settembre a Boves con la prima rappresaglia nazista: cadono don Giuseppe Bernardi e don Mario Gribaudo, in via di beatificazione ambedue. Don Pietro Morosini, medaglia d’oro al v.m., sarà fucilato a Roma, dove morirà alle Fosse Ardeatine anche don Pietro Pappagallo, decorato al valor civile e incluso da Giovanni Paolo II fra i martiri della Chiesa.L’Italia detiene un triste record: nel 1923 don Giovanni Minzoni, decorato di guerra, avversario della dittatura, fu il primo prete assassinato dalla destra per ordine del ras fascista di Ferrara. Anni dopo il nazismo in Germania seguirà quelle piste di sangue, con più di trecento consacrati fatti morire in dodici anni e migliaia inviati nei Lager. In Italia, in appena diciotto mesi fra il ’43 e il ’45, le vittime furono fra loro oltre 280. Numerose le medaglie, al valor militare e civile: 17 d’oro, 34 d’argento, 46 di bronzo e 50 le croci di guerra.La partecipazione alla Resistenza – notano gli storici – fu un fatto naturale fra il clero, i religiosi e le suore; l’85 per cento di loro aiutò, con cristiana spontaneità, gli ebrei, i perseguitati politici, i partigiani, i giovani in fuga dall’esercito di Salò, i soldati alleati in cerca di rifugio, senza chiedere postumi attestati. Non a caso Israele onora nel memoriale Yad Vashem di Gerusalemme quei "giusti delle nazioni" che hanno aiutato e salvato ebrei dai nazifascismi di tutta Europa durante il conflitto. Sul totale di 24.375, gli italiani sono 525, e all’interno di quella cifra è significativa la presenza di 62 fra cardinali e vescovi, preti, frati e suore.Il paganesimo nazista in tutta l’Europa occupata non fece a tempo ad attuare la "soluzione finale" anche per la Chiesa e i fedeli cristiani. Ma si riprometteva – a guerra terminata e vinta, secondo la sua folle illusione – di farla finita una volta per sempre con i seguaci dell’ebreo Gesù Cristo. Don Roberto Angeli, deportato per parecchi mesi in un Lager, a chi gli chiedeva il perché delle uccisioni di tanti suoi confratelli, rispondeva: "quando un prete si imbatteva nel vero volto del nazifascismo, egli veniva a trovarsi, proprio perché sacerdote, in atteggiamento di opposizione, Il nazismo non poteva sopportare, e condannava come il più terribile dei delitti, la pratica delle virtù teologali della fede e dell’amore…". Il dovere dell’asilo era stato affermato in modo chiaro da don Sergio Pignedoli su L’Osservatore Romano del 30 dicembre 1943 – in piena occupazione nazista di Roma – scrivendo di un necessario, irrinunciabile comportamento dei preti a favore dei perseguitati. E così anche parlava in quel medesimo periodo di tempo di passione morale don Primo Mazzolari, ricordando come spesso i sacerdoti precedessero nella sofferenza e nella morte i loro assistiti.La resistenza, oltre che opposizione armata, è stata un reticolo di azioni e di comportamenti che ha coinvolto la grande maggioranza della popolazione, nelle città e nelle campagne; e ciò spiega le centinaia di feroci e indiscriminate vendette contro civili inermi, da parte dei tedeschi e dei militi della RSI. Basterà ricordare preti martiri sui quali è concluso o in corso il percorso di beatificazione; come don Giovanni Fornasini, don Ferdinando Casagrande, don Ubaldo Marchiori a Marzabotto, e con loro – anch’essi decorati – don Aldo Moretti in Veneto, don Pietro Cortiula in Friuli, don Giovanni Battista Bobbio in Liguria, i dodici certosini dell’Abbazia di Farneta, il francescano P. Placido Cortese. E, per tutti, le parole di don Aldo Mei (anche lui medaglia d’argento e "giusto delle nazioni"), fucilato a Lucca nell’agosto 1944: muoio, scrive, "… 1° per aver protetto e nascosto un giovane di cui volevo salvare l’anima. 2° per aver amministrato i sacramenti ai partigiani, e cioè aver fatto il prete… Muoio travolto dalla tenebrosa bufera dell’odio io che non ho voluto vivere che per l’amore!…".Questa "bufera dell’odio" scatenata dal nazismo ebbe purtroppo altre conseguenze legate non alla Resistenza ma a fanatismi politici e vendette private, coperte da motivi ideologici, con l’assassinio di oltre un centinaio di sacerdoti. Ricordiamo Rolando Rivi, un seminarista quattordicenne che, nell’aprile del ’45, in provincia di Reggio Emilia fu ucciso a freddo da un gruppo di partigiani comunisti con l’accusa – rivelatasi falsa – di essere una spia, ma in verità soltanto perché indossava la tonaca (il suo carnefice avrebbe detto: "Domani, un prete di meno"). Papa Francesco ne ha riconosciuto il martirio, con la beatificazione in ottobre. Paradossalmente, come santo della Resistenza, che era appunto quella dei "ribelli per amore" dei combattenti cristiani.