PER NON DIMENTICARE/2
Sarà necessario rivedere, prima o poi, certi schemi di attribuzioni partecipative: al preteso monopolio, o quanto meno alla preponderanza, delle sinistre andrà tolta qualche percentuale, da aggiungersi a quelle altrui. Al 25 aprile 1945, nelle formazioni cristiane si contavano 65-80mila combattenti sugli effettivi 180-200mila, peraltro non tutti comunisti. Con in più il retroterra di chi, pur non volendo imbracciare le armi, forniva assistenza, collegamenti, supporto informativo
Non tanto la "partecipazione alla Resistenza" da parte dei cattolici quanto il "modo cattolico" di quella partecipazione. Lo storico Alberto Canavero avanza una distinzione che, a settant’anni dall’inizio – 8 settembre 1943 – della rivolta degli italiani contro l’oppressione nazista, giustifica l’adesione dei credenti, nelle varie maniere possibili, alla lotta per la libertà. Il "modo cattolico" non è stato forse ancora debitamente esplorato, lasciando qualche incertezza storiografica e alcune responsabilità nella "comunione della dimenticanza" denunciata, per l’insieme della Resistenza, da un altro storico, Sergio Luzzatto.
Se restiamo ai fatti, Giorgio Bocca (al quale non si possono certamente attribuire indulgenze per la Chiesa) ammette: "Senza l’aiuto del clero tre quarti della pianura padana sarebbero rimasti chiusi e difficilmente accessibili alla ribellione". Si può quindi dedurre la sostanza del sostegno offerto dalla gente ai "soldati dell’ombra", anche in quella società rurale considerata più tradizionalmente religiosa, socialmente conservatrice e meno sensibile a diritti e valori di libertà. Senza di essa la guerra clandestina non sarebbe stata possibile. Del resto un noto comandante partigiano, Ermanno Gorreri, sottolineava come la presenza dei "bianchi" fosse servita a controllare e smussare tensioni alimentate presso i contadini da atteggiamenti intemperanti dei "rossi".
Sarà quindi anche necessario rivedere, prima o poi, certi schemi di attribuzioni partecipative: al preteso monopolio, o quanto meno alla preponderanza, delle sinistre andrà tolta qualche percentuale, da aggiungersi a quelle altrui, per costatare che, al 25 aprile 1945, si trattava, per le formazioni cristiane, di 65-80mila combattenti sugli effettivi 180-200mila, peraltro non tutti comunisti. Con in più il retroterra di chi, pur non volendo imbracciare le armi, forniva l’assistenza materiale e sanitaria, i collegamenti, il supporto informativo. Un’attività sottotraccia che esasperava il nemico, inducendolo a inumane rappresaglie contro vecchi, donne e bambini e che non giustifica il nome di "guerra civile": era una rivolta contro l’invasore, al cui servizio si erano posti i fascisti repubblichini. Una Resistenza, la definisce lo storico Agostino Giovagnoli, come forza di lungo periodo, e alla quale concorse gran parte della comunità nazionale.
In Italia dai partigiani è stato fermato il corrispettivo di dieci divisioni tedesche e la totalità dei militari fascisti, impedendo loro di combattere su altri fronti. I cattolici hanno pagato, sul campo, un pesante contributo di sangue con 2.000 morti, oltre 2.500 feriti gravi e altre perdite fra i civili. Di quei caduti ben 1.177 risultano iscritti all’Azione Cattolica e alla Giac; sono state attribuite loro 37 medaglie d’oro al valore militare e civile (29 alla memoria), 87 d’argento, 54 di bronzo, oltre a centinaia di croci di guerra. Le prime medaglie d’oro della guerra di liberazione sono quelle di Giancarlo Puecher Passavalli, ventenne studente milanese membro dell’Ac, fucilato nel dicembre 1943, e di un militare, anch’egli di Ac, il tenente Giuseppe Cederle, caduto lo stesso mese nella battaglia di Mignano di Montelungo combattendo a fianco degli Alleati con il nuovo esercito italiano, il Cil. Anche altri nomi nell’elenco dei decorati sono riconducibili a una militanza nell’Ac, dai fratelli Alfredo e Antonio Di Dio, fondatori dell’effimera e gloriosa Libera Repubblica dell’Ossola, caduti insieme con Filippo Beltrami, a Renato Vuillermin, Ignazio Vian, Galileo Vercesi, Carlo Bianchi, già presidente della Fuci a Milano, morto in un Lager. Accanto a loro una fioritura di beati, già riconosciuti come tali o i cui casi sono in corso di esame da parte della Chiesa, e che confermano, in quella lotta, il contributo di speranza offerto dai fedeli al futuro del Paese. Nei modi propri a ognuno per opporsi alla violenza. Molte figure sono note, come Salvo D’Acquisto, Teresio Olivelli, Giovanni Palatucci ed Eduardo Focherini (gli ultimi due proclamati anche "giusti fra le nazioni"); a esse si aggiungono, all’esame delle virtù eroiche, Gino Pistori, Giorgio Catti, Flavio e Gedeone Corrà, l’altoatesino Joseph Mayr Nusser, obiettore di coscienza per motivi religiosi.
Non si tratta, comunque sia, di rivendicare la propria porzione di legittimità in quel processo che portò alla restaurazione della democrazia, quanto di condividere un patrimonio di memorie che univa – come scrisse Paul Eluard in una poesia clandestina – "quello che credeva al cielo/ a colui che non vi credeva" nello sforzo comune per costruire una società nella quale non dominasse la violenza e l’arbitrio. Nessuno può negare che la Chiesa, in qualche modo "cerniera della storia", abbia contribuito attraverso i suoi figli a forgiare il futuro e anche a impostare una cultura della legalità, a prova della quale non mancano esempi di cattolici, combattenti della libertà ed eliminati da altre parti politiche. Come Matteo Simonazzi, il comandante Azor, cattolico scomodo ed eticamente esigente, che venne ucciso da partigiani comunisti un mese prima della liberazione, o i diciassette protagonisti della vicenda Porzus, sterminati dai titini.
Nulla di meglio, per ricordare quell’epopea di generosità che è stata la Resistenza, che citare due versi di un poeta, Franco Fortini: "Porteremo i passi dei nostri figli/ dove hai amato per noi l’ultima volta". Perché settant’anni non significhino oblio della storia.