SETTIMANA SOCIALE

La nostra famiglia?” “Una “crocerossina”” “dello Stato italiano

l presidente del Forum delle associazioni familiari contesta apertamente l’espressione “grande ammortizzatore sociale del Paese”. È l’esempio della “sussidiarietà alla rovescia”: la società che supplisce alle mancanze dello Stato. Denuncia la fragilità e la precarietà: nascono dalla paura che si è impadronita dei giovani e degli adulti

Famiglia "grande ammortizzatore sociale del Paese?". Una brutta espressione, che risente della "trappola" di quella che molti sociologi chiamano ormai "sussidiarietà alla rovescia". In Italia ci vuole un "cambiamento di prospettiva", a cominciare dal grande tema della conciliazione tra famiglia e lavoro, molto poco dibattuto nel nostro Paese, e che se correttamente declinato consentirebbe invece di "far passare la famiglia dalla colonna dei costi a quella degli investimenti". A tracciare al Sir un "ritratto di famiglia" è Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari, secondo il quale l’ormai imminente Settimana sociale di Torino rappresenta "un’occasione per mettere sotto i riflettori del dibattito pubblico la famiglia, ma non come il grande malato della società italiana". Lo abbiamo intervistato. Come si presenta la famiglia italiana all’appuntamento di Torino?"Quello della famiglia, nel nostro Paese, è un ritratto fatto di luci e di ombre: troppo spesso ci si concentra solo su queste ultime, dedicando poca attenzione alla famiglia come risorsa. Certamente ci sono molte fragilità, a cominciare da quelle delle coppie, soprattutto nel medio periodo: il matrimonio è sempre meno apprezzato e frequentato, e la tenuta relazionale delle coppie è molto fragile. La seconda fragilità è l’inverno demografico, cioè la bassissima propensione alla natalità, che in Italia è bloccata all’1,4 figli per donna, mentre il tasso di sostituzione richiederebbe almeno due figli per donna, un dato che la Francia ottiene già e che i Paesi scandinavi stanno ottenendo. Nel nostro Paese ci si sposa poco, ci si sposa più tardi e al massimo si fanno uno o due figli: è un dato preoccupante, soprattutto se messo in relazione con le parole ‘futuro’ e ‘speranza’ contenute nel titolo della Settimana sociale. La nostra è una società che ha paura: anziché investire nelle nuove generazioni, non si fanno bambini. Anche coloro che provengono da altri Paesi, in cui la natalità è più alta, molto rapidamente perdono questa capacità: tra il 2006 e il 2011, le donne straniere avevano una media di 2.5 figli per donna, ora è già scesa al due. L’Italia non è un Paese per famiglie con bambini". In compenso, è "un Paese per vecchi"…"Senza dubbio è un dato molto positivo che nella nostra società il prolungamento della vita media sia molto forte, perché l’avere tanti anziani rappresenta una risorsa, e non va considerato solo come un costo sociale. Collegato a questo, però, c’è il fatto che questo dato della forte presenza degli anziani, affiancato a quello della bassissima natalità, sta squilibrando l’intero asse del Paese". E dal punto di vista economico?"I dati socio-economici sono devastanti, molto peggiori di quanto questi indicatori di fragilità facciano pensare. Il nostro sistema economico non dimostra di considerare le famiglie un’opportunità, ma le penalizza: il lavoro è sempre meno stabile e continuo, sempre più intermittente, mentre le politiche sociali non vedono le famiglie e non si adattano alla loro esigenze. Da noi, ad esempio, si parla troppo poco di conciliazione tra famiglia e lavoro, un tema che invece va rilanciato, perché l’intero Paese beneficerebbe di una flessibilità a misura di famiglia". Quali svantaggi comporta la scarsa conciliazione tra i tempi della famiglia e i tempi del lavoro?"Se si intende la flessibilità solo in termini economici, si trasforma in precarietà, ed è proprio la precarietà – non la flessibilità – il vero nemico della famiglia. Oggi, invece, quando si parla di welfare, si fa una grande retorica sulla centralità della famiglia nel prendersi cura, ad esempio, degli anziani non autosufficienti, ma non si costruisce una vera alleanza con le famiglie, che vengono utilizzate dallo Stato e dalle istituzioni pubbliche come servizi a basso costo, invece che come partner da sostenere. In Italia, in altre parole, si verifica quello che molti sociologi definiscono ‘solidarietà alla rovescia’, in base alla quale la nostra società anziché sostenere le famiglie nell’espletamento delle loro responsabilità pubbliche e sociali, le estromette e le espropria, facendole però intervenire quando il sistema pubblico non ce la fa più. La famiglia, insomma, come ‘crocerossina’ dello Stato: questo è il motivo per cui io considero ostile la definizione di famiglia come ‘grande ammortizzatore sociale’ del Paese". Cosa chiedono le famiglie alla Chiesa, e cosa può significare per la Chiesa "puntare" più sulla famiglia nel futuro, come ci si propone di fare a Torino?"All’interno della Chiesa, l’appuntamento di Torino è una grande sfida di vocazione e di responsabilità: le famiglie possono chiedere maggiore attenzione, ma soprattutto devono sentirsi ‘costruttrici di Chiesa’, nella loro quotidianità, con la modalità di presenza dei laici. Oltre ad essere una sfida per la società, la Settimana sociale vuole essere una sfida al protagonismo delle famiglie, che è anzitutto responsabilità a partire da un dono, non pretesa di diritti".