IN MORTE DI UN POETA

La grandezza di Heaney” “moderno bardo gaelico:” “c’è la verità nella poesia

Ha saputo, da cattolico irlandese, rovesciare una serie sterminata di luoghi comuni sulla religione. Il Nobel per la letteratura, assegnatogli nel 1995, segnò una piccola rivincita per una terra e per una fede che avevano subito violenze e persecuzioni. Servì la realtà come i grandi padri, a cominciare dall’amato Dante

"Pace sulla terra, uomini di buona volontà, tutto ciòporta bene finché l’equilibrio tiene,il piatto sorge fermo e lo sforzo dell’angelosi prolunga fino a un grado sovrumano". La scomparsa di Seamus Heaney, massimo poeta irlandese contemporaneo, getta nel lutto coloro che amavano alcune cose: la poesia, innanzitutto; e poi l’Irlanda, e, ancora, la giustizia, una giustizia anche letteraria. Perché Heaney, che aveva 74 anni, sembrava con la sua arte di moderno bardo gaelico, aver rimesso le cose a posto, quando nel 1995 l’Accademia svedese gli conferì il Nobel per la letteratura. Riassumeva in sé una serie di cose che non erano in totale sintonia con la cosiddetta post-modernità: apparteneva a una famiglia di contadini cattolici dell’Irlanda del Nord, primo di nove figli, ed era portatore di un’identità scomoda per una cultura ormai secolarizzata, quella del cattolicesimo oppresso. Rappresentava una spina nel fianco nel laicissimo olimpo culturale contemporaneo, perché metteva in difficoltà una marea di luoghi comuni: il cattolicesimo come emanazione del potere occulto del Vaticano, persecutorio verso le minoranze, ricco sfondato grazie ai finanziamenti della Santa Sede e, infine, diffuso solo tra una borghesia senza ideali o tra un popolo ignorante. Heaney metteva in crisi queste convinzioni: scriveva versi su di un popolo vessato dai benestanti protestanti dell’Ulster, parlava della povertà di gente guardata in cagnesco e discriminata per la sua fede, ricordava il sacrificio di alcuni militanti dell’Ira che si erano lasciati morire di fame nelle carceri perché non veniva loro concesso lo statuto di prigionieri politici.Insomma, Heaney rovesciava, con cognizione di causa, perché lui quella realtà l’aveva vissuta, tranquillizzanti totem e costringeva a pensare. Quel Nobel segnò una piccola rivincita per una terra e per una fede che avevano subito violenze e persecuzioni. La poesia d’apertura è forse il manifesto più esplicito di un poeta che dichiarava tutta la drammaticità di un momento storico in cui il messaggio evangelico veniva messo a dura prova dalla violenza dello scontro, tornato tragicamente d’attualità negli anni Settanta.Heaney però non era un militante in senso stretto, e rendeva omaggio unicamente alla poesia, perché quella era la sua natura: quando ricordava i suoi che si piegavano sulla dura terra con la vanga, scriveva che "io non ho la vanga per seguire uomini così./ Tra l’indice e il pollice/ ho la penna./ Scaverò con quella".Ma la poesia è fatta di realtà. Questo era l’insegnamento dei grandi padri, in primis il suo amato Dante. Per lui la situazione irlandese era una delle realtà con cui il poeta deve fare i conti, anche se non poteva essere contemporaneamente il guerrigliero.La poesia di Heaney non era solo Irlanda, perché nasceva dalle radici dell’Europa civile, da Dante, ad esempio, e ancora più lontano, da Virgilio e Ovidio. Dante era il suo punto di riferimento assoluto, perché rappresentava per lui uno dei fari d’Occidente, che contrariamente a quello che pensano tanti modaioli, è ancora oggi attuale e utile, un vero e proprio esempio di "potere umano", come ebbe modo di scrivere Heaney, un potere non legato ai soldi o alla politica, in grado però di cambiare la vita degli uomini.La grandezza di Heaney è proprio questa, di aver mostrato con i suoi versi, che vi è una verità nella poesia, e che questa verità viene a galla, nonostante le mode e i tic di ogni tempo.