LA FIGLIA DI CARNERA

“Mio padre, Primo” “Il suo coraggio” “dall’aiuto di Dio”

Giovanna Maria Carnera, psicologa del lavoro, ha lavorato sempre negli Stati Uniti. Ora vive a Sequals, in provincia di Pordenone, dove l’emigrante che vinse il primo titolo mondiale di boxe della storia italiana nacque nel 1906 e tornò a morire nel 1967. Qui da questo luogo dell’anima parte il racconto di una vita

Primo Carnera, l’emigrante che vinse il primo titolo mondiale di boxe della storia italiana nel 1933, battendo il detentore Jack Sharkey al Madison Square Garden di New York, viene raccontato, nell’80° anniversario della vittoria, da un luogo particolare: Sequals, in provincia di Pordenone, dove nacque nel 1906 e tornò a morire nel 1967. Anche sua figlia Giovanna Maria, psicologa del lavoro, vive in questo luogo dell’anima. "Sequals per papà rivestiva il significato che assume per l’emigrante il luogo dove, dopo tanta durezza, amarezza e dolore, riesce a tornare. Per me è la stessa cosa".La dottoressa ha lavorato sempre negli Usa. Ha prestato la sua opera anche a New Orleans dopo l’uragano Katryna e a New York, che raggiunse in auto da Tampa, in Florida, dopo l’attentato dell’11 settembre, per fornire supporto psicologico. Suo fratello Umberto divenne medico e fu primario al Pronto Soccorso di Tampa, dove la famiglia si era trasferita, e dove ora riposa.Per la figlia l’eredità del campione "è diretta ai giovani: la famiglia era molto povera e poteva prendere con facilità due strade. Ha scelto, con l’aiuto di Dio, quella che gli ha dato molte benedizioni, un duro lavoro e il coraggio di continuare. La certezza che non occorre ritenere nessuno responsabile delle proprie scelte: né dove, né come o da chi sei nato. Sento la mano di Dio guidare sempre anche me". Un altro caposaldo fu la famiglia: "Gli insegnarono che è tutto. Fu molto legato alla nonna. Ogni sera si inginocchiava a pregare per lei". Altra persona fondamentale la moglie Pina Kovacic. "Era slovena, si conobbero a Gorizia nel 1938 nel bar di amici, si sposarono nel 1939. Mio nonno era un militare molto duro, all’inizio non voleva che la figlia sposasse uno sportivo e un italiano. La mamma si innamorò degli occhi di mio padre perché erano dolci e somigliavano a quelli di sua madre che era morta quando lei aveva 16 anni. Gli stava vicino nelle rare volte in cui l’ho visto giù e triste, dandogli coraggio".Le difficoltà della guerra, del mestiere e soprattutto "i problemi causati da chi si avvantaggiava del ruolo di Carnera, lo derubava e ne sfruttava il nome", furono superati grazie alla fede. Giovanna Maria ricorda cosa diceva a sua madre: "Pina: Dio ha un piano per noi. Non ci punisce ma ci ha mandato una sfida e da come la prendiamo così ci giudicherà. Se diciamo non ci posso fare niente, lasciamo stare, allora nulla si combinerà".Aiutò gli emigranti con i soldi, oppure a trovare lavoro o casa. Prosegue nel suo racconto la figlia di Carnera: "Era la sua missione perché sapeva quanto fosse duro. Per papà emigrare in un paese di cui non sapeva la lingua, in cui non conosceva nessuno, lasciare la patria era la cosa più dura che avesse mai fatto". Carnera fu strumentalizzato da molti. "Le storie su di lui non tengono conto di ciò che dicono i familiari e coloro che vissero vicino. Non è mai stato colluso con la mafia, ma fu usato dai suoi impresari, e non abbracciò il fascismo. La vittoria del titolo venne sfruttata per farne un emblema. In quel periodo mio padre era negli Usa, poco ne sapeva. Non ha mai avuto colore politico. È sempre stato una persona corretta". L’anno seguente Carnera perse il titolo e il fascismo ne eclissò ogni immagine. Leggeva Pirandello e Dante "che spiegava a noi figli". Amava l’opera. "Conosceva le arie alle prime note e andava a teatro con la mamma. Era una persona complessa che chiedeva spiegazioni a chi poteva fornirgli le risposte, gli piaceva parlare e andare alla ricerca di persone intelligenti".Giovanna Maria ricorda un episodio che dà il polso del clima in casa. "Avrò avuto sei anni, avevo combinato qualcosa. La mamma mi disse "Adesso vedrai quando torna papà". Quando tornò disse "Porta tua figlia in camera e dalle una lezione". Papà mi portò in camera e disse "Fai finta di piangere". Primo Carnera non fu solo campione sul ring.
 a cura di Alessandra Gaetani