EUROPA, PER RIPARTIRE

“Una scuola uguale ” “per tutti i 28” “Paesi dell’Unione”” “

Il Censis propone anche di “valutare la compensazione tra la parte di fondi ricevuti e non spesi, che dovremmo restituire, e quanto dovremo versare negli anni futuri, così da diminuire il nostro esborso verso l’Europa nei prossimi anni”. Altre proposte: poteri più ampi alla Bce e poteri decisionali a Commissione e Parlamento europeo per investimenti infrastrutturali” “

(Foto archivio)

L’Europa è solo questione di "dare e avere", ossia del calcolo di quanto noi versiamo nelle casse comunitarie come contributo per il funzionamento dell’Unione e quanto riceviamo come fondi strutturali e allo sviluppo? Certamente no, si è detto a un convegno svolto mercoledì 19 marzo a Roma, nella sede del Censis, che ricordava il fondatore e primo presidente Gino Martinoli, nel giorno della sua morte avvenuta nel 1996. La questione dell’unità europea è molto complessa e oggi, mentre tutti guardano alle imminenti elezioni europee di maggio, ci si interroga se prevarranno gli "euroscettici", i "disfattisti", i "populisti", coloro che vogliono il ritorno alla piena sovranità nazionale non solo sulla moneta ma anche sulla legislazione. Tanto per stare ai numeri, durante il convegno al Censis si è rilevato che l’Italia è il terzo contribuente netto dell’Ue con versamenti alla Comunità per 16,4 miliardi (anno 2012) e ritorni, cioè accrediti per fondi strutturali vari, per 9-11 miliardi. Siamo un paese con un saldo netto "costantemente a nostro svantaggio", ma rimaniamo un partner essenziale per la tenuta dell’Europa unita. Almeno così ha sintetizzato il presidente Giuseppe De Rita nell’introduzione ai lavori, notando che "l’Europa è un grande gigante dal punto di vista dei numeri, ma è poca cosa sul piano politico e decisionale. Le imminenti elezioni europee pongono questioni sulla rappresentanza e sull’avanzare dei cosiddetti ‘euroscettici’". La "4ª economia europea" che "non sa spendere i fondi strutturali". Se De Rita ha messo in guardia circa l’avanzata nei "no-euro", il direttore generale del Censis, Giuseppe Roma ha invece rilevato che "nonostante l’Italia sia uno dei 12 Paesi che versano all’Europa più di quanto ricevono, non dobbiamo guardare all’Unione Europea come a una ‘matrigna’, ma anzi impegnarci perché non prevalgano le linee disgregatrici, indipendentemente dal fatto che per quanto riguarda i fondi ricevuti, non siamo in grado di utilizzarli al meglio e ne spendiamo poco più della metà di quelli ricevuti". Proprio sulla nostra quasi proverbiale "incapacità italiana di spendere i fondi comunitari a noi destinati, che nell’ultimo anno ha toccato il 52,7%", si è detto nei vari interventi, "di fatto, rinunciamo a quasi la metà delle risorse a nostra disposizione. Infatti, attraverso i diversi fondi strutturali di derivazione comunitaria e nazionale, nel periodo 2007-2013 l’Italia ha finanziato 52 programmi, per un volume iniziale di risorse pari a 59 miliardi di euro nei 7 anni considerati. Oggi l’importo complessivo risulta pari a 47,7 miliardi e il contributo proveniente dall’Unione europea si attesta sui 28 miliardi. Considerando la spesa certificata a partire dal 2009 – nota il Censis – a fine 2013 risulta assorbita una quota del 52,7%". Il direttore Roma ha così proposto di "valutare la compensazione tra la parte di fondi ricevuti e non spesi, che dovremmo restituire, e quanto dovremo versare negli anni futuri, così da diminuire il nostro esborso verso l’Europa nei prossimi anni". "Del resto – ha aggiunto – essendo in termini di prodotto interno lordo la quarta economia europea, il nostro paese rappresenta il 12,6% dei consumi finali delle famiglie nei 27 Paesi membri, per un ammontare di circa 1.000 miliardi di euro, e questo è un dato per nulla trascurabile da parte dei nostri partner europei". Le proposte su Banca Centrale, scuola e infrastrutture. La parte propositiva è venuta dall’economista Paolo Savona, che ha notato: "Affinché un mercato unico sia tale, ha bisogno di una moneta unica e questa deve poggiare su uno Stato ben organizzato. Ma ancora oggi l’euro è come una corona senza re". A suo avviso "l’architettura europea è incompleta perché c’è stata una certa devoluzione sul mercato unico e il trasferimento di sovranità monetaria alla Banca Centrale, mentre la sovranità fiscale è rimasta ai singoli stati coi vincoli di Maastricht del 3% di deficit e del 60% di debito sul pil. Ciò espone l’Unione a una possibile crisi, come si è visto in questi anni di recessione". Savona ha poi notato che "il mercato unico è composto da 28 Paesi ma solo 17 hanno adottato l’euro. L’area monetaria non è ottimale perché presenta divari strutturali di produttività che, se non governati, generano crisi locali e ingiustizie sociali", criticando "i pochi strumenti in mano alla Bce, il finanziamento a banche e imprese, a differenza della Federal Reserve americana e alla Banca centrale giapponese che possono intervenire creando base monetaria e agendo sui cambi". Tra i primi rimedi "concreti" – ha detto – "si dovrebbe proseguire verso l’unione politica puntando ad alcune realizzazioni quali una scuola europea a ogni livello, a dotare la Bce degli strumenti delle banche centrali di Usa e Giappone, e a dare a Commissione e Parlamento il potere di investimenti infrastrutturali". Le proposte di Savona sono di tipo "teorico", intellettuale e accademico. Vedremo nelle prossime settimane di campagna elettorale chi se ne farà carico.