IL PAPA AL CLERO ROMANO" "

“È per i parroci, per i preti se l’Italia è forte”” “

Parole di affetto e di stima espresse da Papa Francesco nell’incontro con i sacerdoti della diocesi di Roma. A loro ha ricordato che non servono preti “asettici” o da “laboratorio”, ma preti capaci di “curare le ferite” materiali e spirituali, senza essere “né lassisti, né rigoristi”. Ha poi scavato nei ricordi personali citando l’esempio di due “grandi confessori” di Buenos Aires

"Io credo che se l’Italia ancora è tanto forte, non è tanto per noi vescovi, ma per i parroci, per i preti". Con queste parole, pronunciate a braccio, Papa Francesco ha concluso il suo discorso al clero romano, ricevuto oggi in Aula Paolo VI per il tradizionale incontro d’inizio Quaresima. "È vero, non è un po’ d’incenso per confortarvi", ha puntualizzato il Papa, "i preti dell’Italia sono bravi". Al centro del discorso: la misericordia, a partire dall’"intuizione" di Giovanni Paolo II. "Questo nostro tempo è il tempo della misericordia", ha affermato Papa Francesco, esortando i parroci a "tenere vivo questo messaggio soprattutto nella predicazione e nei gesti, nei segni e nelle scelte pastorali". Come? Scegliendo di "restituire priorità al sacramento della Riconciliazione e, al tempo stesso, alle opere di misericordia". Non servono preti "asettici" o da "laboratorio", ma preti capaci di "curare le ferite" materiali e spirituali, senza essere "né lassisti, né rigoristi". Prima del suo intervento, il Papa ha chiesto di pregare per don Gino Ritrosi, un parroco morto in questi giorni e di cui oggi si celebrano i funerali, come ha detto il cardinale Agostino Vallini nel suo saluto iniziale, in cui ha fatto gli auguri al Santo Padre, a nome di tutto il clero di Roma, per il primo anno di pontificato. Nella parte iniziale e finale del suo discorso, il Papa ha citato l’esempio di due "grandi confessori". Di uno dei quali, ha rivelato, tiene la Croce del Rosario ancora in tasca.

Misericordia è compassione. All’inizio del suo discorso, il Papa ha associato il termine misericordia a quello di "compassione": la stessa che prova Gesù quando "cammina per le città e i villaggi" e vede le persone "stanche e sfinite, come pecore senza pastore". "Un po’ come tante persone che voi incontrate oggi per le strade dei vostri quartieri", ha commentato il Papa: "Poi l’orizzonte si allarga, e vediamo che queste città e questi villaggi sono non solo Roma e l’Italia, ma sono il mondo, e quelle folle sfinite sono popolazioni di tanti Paesi che stanno soffrendo situazioni ancora più difficili".

I preti "asettici", "da laboratorio", "non aiutano la Chiesa". A spiegarlo ai parroci romani è stato il Papa, secondo il quale "il prete è chiamato ad avere un cuore che si commuove". "I preti – ha detto spiegando cosa sia per un sacerdote la misericordia – si commuovono davanti alle pecore, come Gesù, quando vedeva la gente stanca e sfinita come pecore senza pastore". Gesù, per il Papa, "ha le viscere di Dio: è pieno di tenerezza verso la gente, specialmente verso le persone escluse, verso i peccatori, verso i malati di cui nessuno si prende cura". A sua volta, il prete è "uomo di misericordia e di compassione, vicino alla sua gente e servitore di tutti": "Chiunque si trovi ferito nella propria vita, in qualsiasi modo, può trovare in lui attenzione e ascolto". In particolare, il prete "dimostra viscere di misericordia nell’amministrare il sacramento della Riconciliazione". Ai sacerdoti, il Papa ha additato "il criterio pastorale della vicinanza, della prossimità" e ha ribadito che "la Chiesa oggi possiamo pensarla come un ospedale da campo, c’è bisogno di curare le ferite, aperte e nascoste".

Né lassismo, né rigorismo. "Né il lassismo né il rigorismo fanno crescere la santità", ha ribadito il Papa, che ha usato anche toni scherzosi, fuori testo, parlando con i preti: "Abbiamo i pantaloni? Li dobbiamo portare, per parlare con Dio per il nostro popolo". L’esempio citato è quello di Mosè: "Lotti con il Signore per il tuo popolo? Discuti con il Signore come ha fatto Mosè?", ha chiesto il Papa, singolarmente, ai presenti. E ancora: "Tu piangi? O in questo presbiterio abbiamo perso le lacrime? Piangi per il tuo popolo? Quando un bambino si ammala, quando muore… Fai la preghiera d’intercessione davanti al tabernacolo? La sera, come concludi la tua giornata? Con il Signore? O con la televisione? Com’è il tuo rapporto con quelli che aiutano a essere più misericordiosi? Bambini, anziani, malati. Sai accarezzarli?". Ai parroci, il Papa ha indicato la "sofferenza pastorale", una "forma della misericordia" che "vuol dire soffrire per e con le persone, come un padre e una madre soffrono per i figli. Mi permetto di dire, anche con ansia". Alla fine, "saremo giudicati su come avremo saputo avvicinarci a ogni carne, farci prossimo alla carne del fratello".

La Croce in tasca. In due parentesi fuori testo, Papa Francesco ha citato l’esempio di due "grandi confessori" di Buenos Aires. Del primo ha raccontato lo scrupolo di "perdonare troppo", dal quale si è, ironicamente, autoassolto confrontandosi con il "cattivo esempio" dato da Gesù stesso. Del secondo, "un confessore famoso, quasi tutto il clero si confessava da lui", anche Giovanni Paolo II una delle due volte che si è recato a Buenos Aires, ha raccontato del giorno della sua morte, quando Bergoglio, allora vicario generale, si è recato nella chiesa dove era la bara e, sorpreso per l’assenza di fiori in omaggio a un "uomo che ha perdonato i peccati a tutto il clero di Buenos Aires", ha comprato rose in una fioreria: "Sono tornato e ho cominciato a preparare bene la bara, con i fiori. Ho guardato il Rosario che aveva in mano e subito è venuto in mente quel ladro che tutti noi abbiamo dentro e mentre sistemavo i fiori ho preso la croce del Rosario e con un po’ di forza l’ho staccata. E in quel momento l’ho guardato e ho detto: ‘Dammi la metà della tua misericordia’. E poi, quella croce l’ho messa qui, in tasca". "Da quel giorno, fino ad oggi, quella croce è con me", ha svelato il Papa: "E quando mi viene un cattivo pensiero contro qualche persona, la mano mi viene qui, sempre, e sento la grazia che mi fa bene".