PAPERONI CINESI
In Cina si moltiplicano i plurimiliardari che, a secondo delle fonti, sono 300, 350 o più. Il conto è tenuto dalla rivista cinese “Hurun”, specializzata in ricchezza e lusso. Un parere in proposito si potrebbe chiedere al miliardo e oltre di cinesi (un miliardo di persone, non di dollari o di yuan) che vive ancora con la vecchia, tradizionale, inamovibile ciotola di riso
È meglio una ciotola di riso per tutti, oppure la Ferrari ad alcuni e le briciole per gli altri? Fino all’altro ieri il comunismo non avrebbe avuto dubbi: tutti uguali, un po’ per ciascuno. Sano e condivisibile principio di equità: specialmente se si parte dal livello zero, il primo obiettivo è di arrivare al minimo indispensabile per vivere. E se nella versione cinese i principi marxisti sono storicamente serviti a non far morire di fame centinaia di milioni di persone, occorre altrettanto riconoscere che proprio in Cina il risultato sia stato ottenuto a scapito della libertà, della dignità umana, dei diritti fondamentali. Più di recente il capitalismo selvaggio e il libero mercato che hanno preso piede a Pechino e nelle altre megalopoli dell’antico Paese hanno trascurato la giustizia sociale, la tutela della salute umana, la difesa dell’ambiente… Insomma, avanti a ranghi sparsi nella nuova corsa ai soldi, costi quel che costi.
Una riprova emerge dalle dichiarazioni dei redditi e patrimoniali dell’immenso popolo che ancora vive sotto il regime fondato da Mao Tse-tung. Niente di ufficiale, per carità, eppure tutto o quasi pubblicamente dichiarato: in Cina si moltiplicano i plurimiliardari, che, a secondo delle fonti, sono 300, 350 o più. Il conto è tenuto dalla rivista cinese "Hurun", specializzata in ricchezza e lusso, con il suo periodico "Hurun Report": i miliardari (o milionari, a secondo della valuta nella quale si tiene il conto) sono dati in aumento costante, attivi soprattutto nel settore edilizio e immobiliare, ma anche nel manifatturiero, nel gioco d’azzardo (il terzo riccone è fondatore di una rete di casinò), nei nuovi siti internet, nei beni di consumo. I dati di "Hurun" sono peraltro confermati dalla concorrente rivista "New fortune", dal "Financial Times" e dalle quotatissime pagine di "Forbes", che nel suo elenco annuale dei milionari/miliardari del mondo conta non meno di 150 cinesi. Buona parte dei quali, va detto, ha stretti rapporti col Governo o addirittura siede nel gigantesco parlamento della capitale.
I Paperoni dell’est fanno investimenti in Giappone e in Corea, comprano intere fette di Africa, sono proprietari di pozzi di petrolio, di navi e di flotte aeree. A gennaio Chen Guang Biao, già noto per aver messo sul mercato lattine contenenti "aria di montagna" durante i giorni peggiori per lo smog a Pechino, si è fatto avanti per acquistare il "New York Times". Ma non sfuggono altri settori per fare montagne di soldi, dall’abbigliamento alle squadre di calcio, dalle multinazionali europee a traffici meno leciti e inconfessabili con il Sudest asiatico, il Sudamerica e l’Europa.
Tra questi super-ricchi ci sono gli amanti della auto tedesche, quelli che collezionano – sfacciatamente – case di lusso e diamanti, coloro che frequentano solo alberghi pluristellati o si sottopongono alla chirurgia estetica a Londra, quelli che fanno pazzie per lo champagne francese o i mobili della Brianza italiana. Fra loro spicca anche una nipote di Mao, tale Kong Dongmei, ma la "donna d’oro" più famosa nel Paese del dragone, Zhang Yin, che opera nel settore della carta riciclata, svetta addirittura nelle primissime posizioni della classifica dei patrimoni.
Probabilmente si tratta solo di curiosità occidentali, di atteggiamenti prevenuti dai versanti europeo o americano, capaci di indicare la pagliuzza nell’occhio altrui anziché occuparsi della trave nel proprio. Eppure un parere in proposito si potrebbe chiedere al miliardo e oltre di cinesi (un miliardo di persone, non di dollari o di yuan) che vive ancora con la vecchia, tradizionale, inamovibile ciotola di riso.