L'ITALIA NON RIPARTE
Davanti alla cifra di 7,7 milioni di italiani che sono disoccupati totalmente o parzialmente, sentir parlare di una "partenza ritardata e lenta" non induce a un grande ottimismo. Però almeno la parola centrale è "partenza" e non arretramento. Lo dice Confindustria che proprio oggi ha radunato a Roma i propri vertici per illustrare gli scenari economici delineati dal proprio centro studi in un corposo lavoro di quasi 200 pagine.
Cosa hanno detto gli economisti del presidente Squinzi, ormai noto al grande pubblico anche per la franchezza del suo linguaggio che non indulge al politicamente corretto? Anzitutto che l’economia mondiale accelera, ma che – appunto – in Italia la ripartenza è ritardata e più debole. Abbiamo toccato davvero il "fondo", hanno spiegato: -9% il Pil dall’anno 2000, -23,6% la produzione industriale, -43,1% le costruzioni, -8% i consumi delle famiglie, -27,6% gli investimenti, -7,8% l’occupazione, +3,7 milioni di disoccupati (rispetto a quelli che già c’erano a fine secolo scorso), +3 milioni i poveri (sempre in aggiunta ai già esistenti). Un quadro che peggio di così non lo si potrebbe immaginare. Il mondo cambia, alcuni Paesi ripartono o quasi, ma intanto il commercio mondiale è meno dinamico rispetto ai decenni scorsi, la dinamica tributaria e fiscale è più stringente (controlli fiscali internazionali, tassazione), il credito viene concesso col lumicino, i deficit pubblici faticano a rientrare, i grandi Paesi col debito (Italia tra i primi) non riescono a limarlo.
Confindustria dice che "potremmo essere in un’era di stagnazione secolare" con tutto ciò che significherebbe: risparmio che non si traduce in nuove aziende e posti di lavoro, acquisti che non rilanciano nulla, soldi immessi nelle Borse che generano "bolle" ma non vera ripresa. C’è qualche piccolo segnale: la crescita della fiducia della gente (effetto "Renzi"?), quella delle Borse (effetto "liquidità" in abbondanza), ma la spesa vera non aumenta, i disoccupati rimangono tali e i giovani si aggrappano a strumenti quali "Garanzia giovani" che però possono generare poche migliaia di nuovi e veri posti. Con i tassi d’interesse bassi quanto non mai prima (0,15% quello Bce), un Pil previsto in crescita a "zero virgola" (per il 2014 solo lo 0,2% mentre in Cina, ad esempio, si parla ancora del 7%) e soprattutto con una disoccupazione (specie al Sud) del 20-30 e più per cento, l’unica speranza concreta che Confindustria ha oggi indicato risiede nei "fondi strutturali" dell’Unione europea. In pratica gli economisti di Squinzi hanno detto che i 20 miliardi disponibili per l’Italia ogni anno per i prossimi 9 anni potrebbero innestare un processo di rilancio di settori di base della nostra economia. In pratica un "circolo virtuoso" per provare a uscire davvero dalla crisi. Il problema è che le Regioni beneficiarie (soprattutto quelle del Sud) dovranno imparare a utilizzarli perché al momento ne riescono a spendere percentuali ridotte, a volte inferiori al 50% del disponibile.
Ultima annotazione senza retropensieri: sarebbe bello che almeno per una volta Confindustria dicesse agli italiani quanto vogliono metterci di proprio per far ripartire il Paese. Ricordate John Kennedy? Chiediti cosa tu puoi fare per il Paese…