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Evandro Botto, docente di filosofia in Cattolica e direttore del Centro di ateneo per la dottrina sociale della Chiesa: “Il bene comune implica che si riconosca, si rispetti e si promuova la destinazione universale dei beni di cui abbiamo bisogno per vivere. Si tratta di beni materiali, ma anche di quelli più alti dei quali l’uomo ha bisogno per dare un senso adeguato alla sua vita”. Il ruolo di Expo 2015
Non può essere solo una fiera. A Expo 2015 è chiesto di più, un passo avanti verso quello che è il primo degli obiettivi del millennio, sradicare la povertà estrema e la fame. Il cibo, d’altra parte, è uno dei beni comuni che spettano di diritto a ogni uomo. E proprio a "Expo 2015. Ripensare i beni comuni" è dedicata la tavola rotonda che conclude, oggi a Milano, la Summer School promossa dal Centro di ateneo per la dottrina sociale della Chiesa e dal Laboratorio "ExpoLab" dell’Università Cattolica, in collaborazione con il Movimento cristiano lavoratori (Mcl). Ne parliamo con Evandro Botto, docente di storia della filosofia e di filosofia politica alla Cattolica, nonché direttore del Centro di ateneo, chiamato a coordinare la tavola rotonda.
Quale differenza tra bene comune e beni comuni?
"Il bene comune – secondo la dottrina sociale della Chiesa – è l’insieme delle condizioni che permettono al singolo e alla società di procedere verso la propria pienezza; di questo bene comune fanno parte i beni comuni, che sono destinati a tutti. Essendo il tema di Expo 2015 ‘Nutrire il pianeta’, questa riflessione sui beni comuni – sollecitata anche da quanto Papa Francesco ci va dicendo circa la necessità di combattere la povertà e la cultura dello scarto – ci sembra vada messa all’ordine del giorno".
Sono molteplici i beni comuni: c’è il diritto al cibo, ma non solo…
"Il bene comune implica che si riconosca, si rispetti e si promuova la destinazione universale dei beni di cui abbiamo bisogno per vivere. Si tratta di beni materiali, ma anche di quelli più alti dei quali l’uomo ha bisogno per dare un senso adeguato alla sua vita".
Quale contributo può dare Expo 2015 al bene comune?
"L’Expo può essere solo una grande fiera nella quale i Paesi fanno a gara per esporre il meglio dei propri prodotti o delle acquisizioni tecnologiche, oppure qualcosa di più. È importante che, parlando di nutrimento del pianeta, venga messa a tema la responsabilità che tutti abbiamo per assicurare a ogni uomo e a ogni donna un cibo sano, sicuro e sufficiente. Sono necessarie risorse di ordine materiale, ma anche spirituale, come la capacità di condivisione e di solidarietà".
Al mondo cattolico è chiesto un impegno particolare?
"Il nostro compito è richiamare una verità che, come tale, può essere riconosciuta e condivisa da tutti gli uomini di buona volontà, ovvero che il creato ci è stato affidato da Dio come dono da custodire. È un mondo che non dobbiamo rapinare, saccheggiare. La storia del cristianesimo è ricca di tradizioni esemplari: pensiamo all’opera dei monaci per la bonifica del territorio, o per gli studi sulla natura. Non sono stati solo abili amanuensi di manoscritti dell’antichità, ma si sono anche preoccupati di cogliere i dinamismi del mondo naturale per poterlo curare, difendere, promuovere e mettere a servizio dell’uomo".
"Educare alla custodia del creato per la salute dei nostri paesi e delle nostre città" è peraltro anche il tema scelto dalla Chiesa italiana per la prossima Giornata per la custodia del creato (1° settembre 2014). Sembrano però ancora diffusi comportamenti basati su speculazione e mancanza di prevenzione. È possibile invertire la tendenza con un’attenzione diffusa verso i beni comuni?
"È possibile e, in un certo modo, avviene già. Nei media c’è una tendenza a cogliere sempre il negativo, per cui la denuncia prevale sulla proposta, ma non possiamo ignorare che ci sono esperienze significative e buone pratiche, come pure studi e ricerche. Nell’Università Cattolica, a tal proposito, esiste un’Alta scuola per l’ambiente che ha sede a Brescia e viene chiamata da aziende ed enti di vario tipo, che sempre più si preoccupano di conformare la loro azione a questi principi di salvaguardia della natura, di rispetto del creato, di cura e promozione dell’ambiente".
È diffusa, quindi, una cultura del bene comune?
"Certamente. A tal proposito, nella Summer School di questi giorni abbiamo sempre affiancato studiosi di varie discipline a testimoni, al fine di evidenziare come la dottrina sociale della Chiesa sulla destinazione universale dei beni non sia un libro dei sogni, ma qualcosa di praticabile, che di fatto viene già realizzato, magari a macchia di leopardo. Si tratta di valorizzare queste realtà, diffonderle, renderle il più possibile accessibili e praticabili da tutti".