LA CINA SPIANA LE MONTAGNE
La Cina abbatte – letteralmente – le colline per allargare le città. Questa la notizia, nuda e cruda, rilanciata nei giorni scorsi dai media occidentali, arabi e del Sud del mondo. Con giusta riprovazione, si punta l’indice verso le politiche adottate da alcune regioni (come avviene attorno alla città di Lanzahou) del colosso asiatico che, a corto di spazi pianeggianti per l’attività edilizia, passano alle maniere forti: ruspe e altri mezzi pesanti spianano i rilievi, così da moltiplicare le aree residenziali e ingigantire le metropoli, risucchiando terreni agricoli, abbattendo foreste, deviando il corso dei fiumi e rendendo, indirettamente, l’aria più irrespirabile e la qualità della vita assai precaria.
La Cina non è nuova a queste azioni e la vita delle immense conurbazioni del Paese, a partire dalla capitale, lo stanno a testimoniare. L’arrembante sviluppo economico cinese avviene da oltre vent’anni a scapito della qualità dell’esistenza umana, dell’ambiente, della salute dell’intero pianeta. E se si parla di cambiamento climatico, a qualcuno fischiano le orecchie a Pechino…
Come spesso accade, però, c’è un ma… E prendendo a prestito un solido insegnamento evangelico, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Perché proprio dall’indignato Occidente, dal mondo arabo, dalle nazioni emergenti di Asia e America Latina, l’ambiente non è meno maltrattato e la coscienza è ugualmente sporca se si pensa allo sfruttamento intensivo (e reiterato nel tempo in Europa, Stati Uniti e Giappone) del Creato. Nessuno può infatti dimenticare che, ad esempio, dai Paesi Bassi agli Emirati, fino alla ricca Montecarlo, si sono riempiti interi tratti di mare per motivi ritenuti sempre necessarissimi e nobili, si trattasse di guadagnare terra da coltivare, di preservare le città dalle maree o di costruire nuovissimi e sfavillanti hotel di superlusso. E se si facesse cenno alle valli sommerse dall’acqua per realizzare dighe in ogni dove, dall’arco alpino all’Africa interna? Come trascurare il sottosuolo violato fino a impensabili profondità per estrarre carbone, ferro, diamanti e ogni altra materia prima indispensabile, ieri all’industria pesante e oggi alle aziende che costruiscono telefoni cellulari?
Gli esempi potrebbero continuare all’infinito.
C’è una morale? Forse è sempre la stessa: la Terra è di tutti, è un dono alle generazioni di ieri, a quelle di oggi e, non di meno, per quelle di domani. È un patrimonio da lasciare in eredità – e che eredità! – dei futuri cinesi, degli europei e dei pachistani del 2030, degli statunitensi e dei ciprioti del 2050. Nessuno escluso.