QUEL 4 GIUGNO 1989

Pechino e Varsavia Biforcazione storica

Si potrebbero scomodare i "ricorsi storici" di Giambattista Vico, oppure il "secolo breve" di Eric Hobsbawm. Di certo il 4 giugno 1989 fissa – senza peccare di eccessiva enfasi – un tornante nella storia. Nello stesso giorno i polacchi si recavano alle urne per le prime elezioni definite "semilibere", indicando in Solidarnosc l’ariete che, da lì a pochi mesi, avrebbe scardinato la Cortina di ferro, causando l’implosione del sistema comunista sovietico; invece in Cina le proteste di piazza Tienanmen venivano soffocate con centinaia (forse migliaia) di morti. Due casi, due soluzioni, a ricordare che le direttrici del tempo tendono a divergere, raramente a convergere.
L’immagine del giovane "rivoltoso sconosciuto" che, davanti alla "Porta della Pace celeste", nel cuore di Pechino, ferma con la sua figura esile e a mani nude una colonna di carri armati, ha fatto il giro del mondo. Ma non per consegnarci – come avvenne a Varsavia – una vittoria del popolo e della democrazia, bensì per ricordare che in ogni tempo esistono popoli oppressi, tiranni violenti e democrazie negate.
Sia chiaro. Non tutto ciò che è poi seguito nell’Europa post-comunista sia d’esempio; e non tutto il percorso cinese finirà nei gironi infernali. Tanto è vero che, esattamente a 25 anni dal crollo del Muro di Berlino, il Vecchio continente è attraversato da nuove divisioni, da minacciosi sentimenti nazionalisti e xenofobi, mentre alle porte dell’Ue ucraini e russi imbracciano minacciosamente le armi. Infatti in cima all’agenda del G7 che va in scena il 4 e 5 giugno a Bruxelles svettano la questione ucraina e il futuro dell’Unione europea, mentre l’alleato americano, Barack Obama, chiede ai governi europei di non risparmiare sulle spese per gli armamenti.
Così il 4 giugno 1989 ci indica una biforcazione sulla linea del tempo che, ieri come oggi, richiama ai valori costanti della libertà, della pace, dei diritti, della solidarietà. La Storia, ancora una volta, insegna.