A VENT'ANNI DALLA MORTE

”Ago”, il capitano ” “che volle andarsene” “

Oggi è il ventennale di quel maledetto giorno in cui Agostino Di Bartolomei ha deciso di andarsene. Così senza preavviso, senza nemmeno salutare. Sua moglie, suo figlio e tantomeno i suoi tifosi. Quegli stessi che, nonostante avesse già attaccato gli scarpini al chiodo da un po’, ancora lo adoravano come quando era protagonista calcando il terreno di gioco. Lui era un tipo taciturno ma sensibile e profondo, appassionato d’arte (amava collezionare orologi e quadri d’autore), schivo, che faticava a stare davanti alle telecamere nonostante in campo fosse un leone indomabile. Il capitano era uno che non amava le polemiche e che mai ha fatto un gesto scorretto, mai si è reso protagonista di una cattiveria in campo (e nemmeno nella sua vita privata stando a quello che racconta di lui chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo fuori dal circolo mediatico del mondo pallonaro). "Ago" (così lo chiamavano i tifosi) era un uomo riflessivo, uno che mai si è lasciato andare a commenti banali o insensati. Già allora ci si chiedeva come mai ancora non fosse rientrato nel mondo del calcio da allenatore o da direttore tecnico, magari proprio nella sua Roma. Forse proprio perché troppo onesto, troppo corretto, poco personaggio, poco rissoso e soprattutto troppo di parola per far parte integrante del sistema. Lo sapevano tutti molto bene e tutti lo rispettavano per questo, anche i tifosi delle squadre avversarie che mai gli hanno dedicato un coro o uno sfottò offensivo.Si diceva che non navigasse nell’oro a qualche anno dal suo ritiro e che avesse collezionato parecchi debiti con una compagnia di assicurazioni che lui stesso aveva fondato, che era profondamente cambiato da quella finale dell’allora Coppa dei Campioni che perse ai rigori con il Liverpool nel suo stadio Olimpico (e che proprio per questo avesse scelto quella data per andarsene esattamente dieci anni dopo), che avesse qualche problema in famiglia, che fosse rimasto profondamente turbato e dispiaciuto dal disinteresse della sua Società che, sempre a quanto si narrava allora, non lo avesse molto facilitato nemmeno nella realizzazione di un suo progetto calcistico a San Marco (frazione di Castellabate) paese dove lui viveva… Si era proprio per questo scontrato anche profondamente con la burocrazia (e forse con altro, chissà…): voleva dar vita ad un centro sportivo per bambini dove aveva invitato a più riprese il "barone" Liedholm (che però mai lo raggiunse).Forse si era sentito irrimediabilmente tradito da qualcuno o da qualcosa. Tante, decisamente troppe, sono state le illazioni sulle motivazioni che lo portarono a quel tremendo gesto estremo. Solo lui certamente sa la verità e ha deciso di portarla con sé lasciando a tutti noi, anche a distanza di vent’anni, solamente grande sgomento e dispiacere. Il rammarico, ancora oggi, di non aver capito. Anche perché non c’è mai una ragione sufficiente che possa giustificare la voglia di non lottare più, di non voler continuare ad andare avanti. Ancor più nel suo caso, uomo d’onore, stimato e intelligente, oltre che grande calciatore e conoscitore del mondo calcistico e non solo.