OPERAIA SUICIDA
Si è stesa sul letto, e dopo essersi ferita ripetutamente all’addome con un coltello da cucina, ha cercato di raggiungere il telefono, ma non ce l’ha fatta ad afferrarlo. È morta così un’operaia Fiat di 47 anni. Lavorava allo stabilimento di Nola, ma ormai da sei anni era in cassa integrazione: sarebbe scaduta il 13 luglio.
Non si può vivere sull’orlo del baratro. Soprattutto se quel baratro è durato un periodo così lungo, durante il quale non ti sei lasciata vincere dalla rassegnazione. Sei anni, in cui hai combattuto senza sosta la "buona battaglia", con lo sguardo fiero e dritto, senza esitazione, posta in palio la dignità. Perché la forza delle donne è come l’araba fenice, che sa risorgere continuamente dalle proprie ceneri.
Ma non si può vivere nel baratro per sempre. Perché nessuna donna – e nessun uomo – può farcela se viene lasciata sola da uno Stato assente e distratto, che sembra assistere indifferente ai "costi umani" della crisi, quelli che nessuno "spread" potrà mai restituirci.
"Non si può continuare a vivere per anni sul ciglio del burrone dei licenziamenti". Lo aveva scritto M.B. nel 2011, sul sito del Comitato mogli operai Pomigliano D’Arco: quasi un appello disperato, certamente un campanello d’allarme che avrebbe dovuto essere raccolto da chi di dovere. Una sorta di articolo, dal titolo "Suicidi in Fiat", che prendeva spunto dal tentato suicidio di un suo collega, che aveva cercato più volte di farla finita – guarda caso – con un’arma da taglio. "L’intero quadro politico-istituzionale – scriveva la donna – che da sinistra a destra ha coperto le insane politiche della Fiat, è corresponsabile di questi morti insieme alle centrali confederali". L’accusa è precisa, dura, tagliente: "Fare profitti letteralmente sulla pelle dei lavoratori che sono costretti ormai da anni alla miseria di una cassa integrazione senza fine ed un futuro di disoccupazione".
Responsabilità, partecipazione, solidarietà: c’è tutto un alfabeto da riscoprire, per ciascuno di noi. Ieri abbiamo esercitato il diritto di voto, altissima e nobile espressione di cittadinanza che ci permette di sentirci corresponsabili del futuro dell’Italia e, nel caso specifico, del nostro Continente. Oggi che siamo impegnati a valutarne i risultati, o meglio ad ascoltare i "grandi proclami" di vincitori e vinti, forse sarebbe bene non dimenticarsi che esiste anche la concretezza del Paese reale: non bastano i "grandi sistemi", bisogna saper ascoltare la voce delle persone in carne e ossa, le loro storie di fatica, di disagio, di sofferenza. Mettendoci la faccia. Per trovare vie d’uscita concrete dalla crisi. Da ogni tipo di crisi. Come ha fatto ieri il Papa, offrendo la sua "casa" per dare un futuro di convivenza pacifica a due popoli che da troppo tempo la attendono.