STRANO DIBATTITO PUBBLICO
Flavio Felice, docente di dottrine economiche e politiche: “Anche il partito socialista tedesco (Spd) ci è arrivato nel 1954. Il problema era tutto della sinistra italiana che ora, forse, ha capito che l’imprenditore è un lavoratore come gli altri, solo con una mansione diversa. Basta prendere le encicliche di Giovanni Paolo II per cogliere nell’impresa una comunità di uomini che lavorano”
Prosegue il dibattito pubblico sul lavoro, tra la "battaglia" per l’art. 18, la proposta di rimpolpare le buste paga con una parte del Tfr e una nuova concezione – per la sinistra – del "padrone". Tutto ciò mentre i dati continuano a segnare una marcia indietro: il Pil arretra dello 0,3% e la disoccupazione giovanile ha segnato un nuovo record, arrivando al 44,2%. Ne parliamo con Flavio Felice, docente di Dottrine economiche e politiche alla Pontificia Università Lateranense.
Come giudica, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, la condizione del lavoro in Italia?
"Secondo la Dottrina sociale il lavoro è una delle condizioni essenziali attraverso cui si realizza la dignità della persona umana. Giovanni Paolo II, nella ‘Laborem Exercens’, c’insegna che accanto a una dimensione oggettiva del lavoro ve ne è una soggettiva, che dà dignità a ciascuna persona per il fatto stesso di lavorare, modificando l’ambiente circostante e, così, modificando se stesso, diventando più ‘uomo’. La dimensione oggettiva rimanda, invece, alla legislazione e, a tal riguardo, la domanda che ci dobbiamo porre è se l’attuale legislazione del lavoro, o quella che si va realizzando, sia in grado di nobilitare o meno la dignità della persona umana…".
Spesso anche Papa Francesco richiama il legame tra lavoro e dignità. Eppure i dati sulla disoccupazione continuano a essere sconfortanti. Mentre continuano a tenere banco le polemiche sull’art. 18. Come unire l’urgenza di creare posti di lavoro con il dovere di mantenere condizioni dignitose e con le dovute tutele?
"Perché un lavoro sia nobile, dal punto di vista oggettivo, deve consentire – attraverso la sua remunerazione – di far vivere bene il lavoratore e la sua famiglia. Ora, però, sappiamo che un lavoro è ben remunerato nella misura in cui è produttivo, ed è maggiormente produttivo quanto più riesce a essere innovativo. Come aumentare la produttività di un lavoro? Attirando investimenti. Ecco che in un mondo globale dobbiamo essere più attrattivi di altri. Per questo la legislazione è importante e non è il caso di rivolgersi all’art. 18 con uno sguardo dogmatico, da una parte e dall’altra".
In che modo bilanciare la produttività con l’inclusione sociale, evitando di produrre "scarti"? Pensiamo a una donna incinta, o a una persona che, per una malattia o per l’avanzare dell’età, non riesce più a essere "competitiva"…
"I più deboli vanno tutelati attraverso una legislazione che dia loro garanzie, consentendo al tempo stesso ai più forti di essere a tal punto produttivi da poterci permettere una società con persone che hanno un’estrema debolezza. L’appello di don Sturzo del 1919 era a tutti gli uomini ‘liberi e forti’. Ci dobbiamo appellare ai forti, affinché siano in grado di produrre ricchezza materiale al punto da non far vivere ai deboli la dimensione dello scarto. Non è una questione di ‘buon cuore’, ma un preciso dovere che la legislazione deve prevedere".
Il presidente del Consiglio, nel dibattito sul lavoro, ha sottolineato che "l’imprenditore non è uno cattivo", spostando l’attenzione della sinistra italiana dalla dicotomia tra padroni e lavoratori alla figura del padrone-imprenditore che è anch’egli un lavoratore. Cosa ne pensa?
"La Dottrina sociale della Chiesa ha superato questa dicotomia fin dai tempi di Pio XII. E anche il partito socialista tedesco (Spd) ci è arrivato nel 1954. Il problema era tutto della sinistra italiana che ora, forse, ha capito che l’imprenditore è un lavoratore come gli altri, solo con una mansione diversa. Basta prendere le encicliche di Giovanni Paolo II per cogliere nell’impresa una comunità di uomini che lavorano".
E sulla scelta di inserire parte del Tfr (trattamento di fine rapporto) in busta paga? Il Tfr ha un significato specifico che va salvaguardato, o invece è indifferente darlo alla fine o come integrazione dello stipendio?
"La filosofia che soggiace a questa proposta del governo non mi convince. In primo luogo sembra una classica misura anticiclica, come se la difficoltà fosse data da una crisi ciclica, mentre siamo di fronte a un lento declino che va arrestato con misure diverse. Secondo, il problema non è dei consumi tout court, ma della loro qualità: se continuiamo a consumare prodotti fatti all’estero o a bassissimo valore aggiunto, non risolleveremo il Pil. In terzo luogo, si va a togliere altro ossigeno alle imprese, mentre si priva il lavoratore del senso del risparmio, immettendolo in una logica consumistica che porta a bruciare subito tutto il reddito".