Costruttori di democrazia

da Sir 64/2004

Per “riprendere il discorso dell’impegno nei ruoli istituzionali e decisionali” del Paese, i cattolici devono riscoprire l'”arte della mediazione storica” tipica di figure “di alto profilo” come La Pira e De Gasperi, proponendo “buone prassi” non in termini di “concorrenzialità” verso il mondo “laico”, ma a servizio della politica intesa come “ricerca del bene comune”. FRANCO GARELLI , docente di sociologia all’Università di Torino e segretario del Comitato scientifico-organizzatore delle Settimane sociali, presenta così al Sir la 44ª Settimana sociale dei cattolici italiani, in programma a Bologna, dal 7 al 10 ottobre, sul tema: “La democrazia: nuovi scenari, nuovi poteri” (cfr Sir 43/2004). Dare “pari dignità” all’impegno dei cattolici nelle istituzioni, essenziale oggi quanto quello in ambito sociale e civile; “rivalutare” l’impegno politico come “capacità di assumersi responsabilità pubbliche”; fare emergere dal “circuito sommerso degli addetti ai lavoro” il dibattito, diffuso tra i cattolici, su temi come la finanza, l’economia, le istituzioni. Questi i tre auspici principali di Garelli per il “buon esito” dell’importante appuntamento ecclesiale, a cui parteciperanno oltre 800 persone.

Il documento preparatorio parla di una “democrazia sostanziale” minacciata dai “poteri forti”: è così, oggi, in Italia?
“La questione della democrazia, anche all’interno del nostro Paese, va inquadrata non soltanto tenendo presente i confini dello Stato, ma anche un orizzonte più ampio, che ha a che fare con la realtà globale in cui siamo immersi. Quella in cui viviamo oggi è, infatti, una sorta di ‘interdipendenza globale’ in cui non sono sufficienti decisioni od orientamenti interni, per influire su certe scelte. Molte questioni apparentemente ‘interne’ all’Italia riguardano in realtà noti di fondo della democrazia europea: basti pensare alla grande finanzia internazionale, ai rapporti tra Sud e Nord del mondo, a questioni come il rispetto dell’ambiente o della ‘governance’ internazionale”.

“Qualunquismo” e “pragmatismo” sono i due pericoli opposti di una “democrazia senz’anima”: la “partecipazione” può agire da antidoto, e come?
“Io credo che oggi sia urgente una forte opera di coscientizzazione, in grado di far crescere la consapevolezza sui valori di riferimento della ‘politica’ intesa come sevizio al bene comune. In molti casi, in Italia, si determina infatti un attaccamento alle varie realtà locali – un ‘localismo’ fondato sul gruppo di appartenenza – a cui si accompagna però una sfiducia verso tutto ciò che è pubblico o istituzionale. È urgente colmare il divario che esiste tra il radicamento sul proprio territorio e quella sorta di indifferenza o apatia – che può arrivare perfino all’irrisione – verso prospettive più ampie del proprio ‘orticello’. Una ‘buona pedagogia’ delle istituzioni è il primo passo per operare tale riavvicinamento e superare così la ‘disaffezione’ dei cittadini verso la politica (tipica anche di altri Paesi, come dimostrano i recenti risultati elettorali europei). Servono poi risposte politicamente qualificate, in grado cioè di soddisfare i bisogni locali dentro un’ottica più generale. Senza limitarsi alle esortazioni, ma tramite un’offerta di soluzioni concrete ai problemi collettivi che rispettino gli assetti locali: solo così si può creare un circolo ‘virtuoso’ tra chi dà e chi riceve”.

C’è una lettura “laica” che vede l’attuale “ricompattamento” del mondo cattolico come una sorta di “riconquista” di spazio pubblico: qual è, in realtà, il contributo che i credenti possono offrire alla politica, per ricreare un “éthos” condiviso?
“Non c’è nessuna ipotetica ‘riconquista’ del potere perduto: c’è però, nel mondo cattolico, il problema comune della difficoltà di vivere la fede, l’identità religiosa in una società aperta solo formalmente ai valori dello spirito, ma sostanzialmente ad essi ostile. Oggi tutto ciò non viene vissuto dai vari movimenti ecclesiali in termini di ‘concorrenza’, ma come maturazione di una sensibilità comune, in base alla quale occorre ‘giocarsi’ in termini più pubblici le proprie convinzioni, le proprie idee e anche la propria presenza sociale. Per molte realtà del mondo cattolico, in altre parole, resta importante ma non è più sufficiente impegnarsi in termini di testimonianza della propria fede: si avverte l’esigenza di misurarsi con le questioni emergenti a livello pubblico, sociale, istituzionale. Molte delle energie tipiche del ‘lavoro di base’ di associazioni e movimenti emergono perché c’è un ‘deficit’ nei luoghi decisionali, dove i cattolici oggi vogliono riuscire a dare il loro contributo qualificato, attraverso una maggiore presenza in ambiti come l’economia, la finanza, la politica. Per ora si tratta solo di una sensibilità, ma a mio parere molto interessante, perché manifesta la volontà di un ‘surplus’ di partecipazione pubblica, soprattutto da parte dei giovani di area cattolica, sempre più presenti dove c’è bisogno di far sentire la propria voce e sempre più informati su ciò che accade intorno a loro”.