ASPETTI PASTORALI
“Sono in gioco valori troppo grandi e questioni troppo articolate per limitarsi a dire semplicemente sì o no. E una valutazione ‘tecnica’, sia essa medica o giuridica, non basta, perché gli aspetti sottesi ai quesiti referendari sono di tipo antropologico, culturale, etico”. Padre CARLO CASALONE, superiore dei Gesuiti di piazza San Fedele a Milano, è vicedirettore della rivista “Aggiornamenti Sociali”. Medico, studioso di bioetica, è consultore del Pontificio Consiglio per la pastorale degli operatori sanitari. Sul numero di aprile di “Aggiornamenti Sociali”, padre Casalone ha sostenuto che i quattro quesiti referendari sulla legge 40 puntano, in realtà, a due obiettivi fondamentali: aumentare le libertà procreative, a scapito dei diritti del concepito, e ampliare gli “spazi di manovra” della ricerca scientifica, rendendo gli embrioni più facilmente disponibili. Ne abbiamo parlato con lui. Qual è, a suo avviso, la vera “posta in gioco”?
“C’è più di una sfida aperta con questo referendum. Ricordo, anzitutto, il riconoscimento del diritto alla vita del nascituro. Ma anche la struttura dei legami di parentela (genitori-figli). Senza trascurare, naturalmente, la legittima aspirazione delle coppie che non possono avere figli a diventare genitori. Inoltre occorre tener presente il valore e il significato della ricerca scientifica, da orientare verso il bene dell’umanità. Sono tutti aspetti di estrema rilevanza ed è per questo che il ricorso allo strumento referendario è sbagliato. È il Parlamento l’ambito adeguato per un ampio confronto che conduca al varo di una buona legge su questi argomenti, che senz’altro esigono una regolamentazione giuridica, come ha mostrato la Corte Costituzionale respingendo il referendum radicale per l’abrogazione totale”. Come possono “convivere” la tutela della vita fin dalla fase embrionale e il diritto della coppia ad avere un figlio?
“Dobbiamo dire che il desiderio di una coppia ad avere un figlio, laddove insorgono problemi medici, diventa intenso e profondo: l’impossibilità a realizzare tale ‘sogno’ può generare profonde sofferenze. Ciò detto, non possiamo considerare solo la prospettiva dei potenziali genitori; occorre valutare le istanze di tutti i soggetti coinvolti, compreso il nascituro. Questo è esattamente lo spirito e il dettato dell’articolo 1 della legge 40, che in tal senso appare come una normativa equilibrata. Per tali ragioni occorre domandarsi se esista in senso stretto il diritto ad ‘avere un figlio proprio'”. In che senso?
“Nel senso che non va confuso il ‘diritto alle libertà procreative’ e il ‘diritto al figlio’ tout-court. Nel primo caso si tratta di libertà che lo Stato deve garantire e tutelare (quanti figli avere, con chi, quando), anche rimuovendo quanto ne ostacola l’esercizio. Nel secondo caso emerge invece una ‘pretesa’ di avere un figlio, con il corrispettivo dovere dello Stato di garantirla. Questa visione è inappropriata. Nessuna persona, infatti, può avanzare il diritto all’esistenza di un altro essere umano, il quale verrebbe in questo caso considerato in un’ottica strumentale: non per sé, ma per me”. Ma la scienza ha sempre risposte certe in questa materia?
“La scienza fornisce sempre e solo risposte ipotetiche, più o meno convalidate, ma sempre rivedibili; il progresso degli studi e delle pratiche ci potrà aiutare in futuro. Cito, a tale riguardo, lo stadio sperimentale in cui oggi si trovano le tecniche di riproduzione assistita, il fatto che i rischi per il figlio sembrano essere maggiori rispetto alle gravidanze ordinarie e il dibattito sul processo di fecondazione, che non è ‘istantaneo’, ma ha una certa durata. Si parla di circa 30 ore da quando lo spermatozoo entra nell’oocita. Le diverse configurazioni biologiche che si susseguono in questo periodo devono essere considerate una stessa entità da tutelarsi nello stesso modo nel corso delle diverse fasi? Dubbi e punti interrogativi emergono poi sulla cosiddetta ‘diagnosi genetica preimpianto’, effettuata sull’embrione prima del trasferimento nell’utero. Anche se il divieto di praticarla non mi sembra immediatamente incompatibile con la legge 194 sull’aborto procurato, tuttavia non mi sembra che vada riconosciuta una certa tensione tra le due leggi. Infine vorrei menzionare gli studi sui criteri di accertamento di ‘morte’ degli embrioni congelati. Analogamente a quanto avviene nella donazione degli organi da cadavere, sarebbe allora immaginabile utilizzarne le cellule (staminali) per la ricerca di base”. E il suo parere sulla fecondazione eterologa?
“Si tratta di tecniche di riproduzione assistita con ‘materiale genetico’ non appartenente alla coppia che vorrebbe avere un figlio. In questo caso se prevalesse il ‘sì’ al referendum non sappiamo quali sarebbero le garanzie per il nascituro, perché la legge 40, escludendo tale pratica, non ne parla. In caso di anonimato del donatore, non si potrebbe risalire alla identità del genitore biologico, con evidenti implicazioni psicologiche e mediche. Inoltre, non è dato sapere come sarebbero ottenuti i gameti: per donazione gratuita o dietro compenso? Ci troveremmo, infine, dinanzi a incertezze sull’utilizzo del seme: quante volte verrebbe impiegato? Come evitare le fecondazioni tra consanguinei?”. Lei parla spesso di “zone d’ombra” su questa materia. Ci sono spazi di mediazione? Quale l’atteggiamento più appropriato per affrontare l’argomento?
“Credo che gli stessi limiti delle conoscenze scientifiche siano un campo di approfondimento ulteriore, di discussione. Oltre ai temi già citati, anche su quella che, pur erroneamente, viene chiamata ‘clonazione terapeutica’ occorrerebbe sapere e confrontarsi di più. In generale direi che qui siamo di fronte a questioni scientifiche, giuridiche, valoriali tanto complesse che richiedono un vero e proprio ‘dialogo tra le coscienze’. Ribadisco che una legge sulla fecondazione assistita è bene che sia affrontata per vie che alimentano non contrapposizioni laceranti, ma convergenze costruttive. Il luogo adatto per una mediazione che tenga conto del modo specifico con cui la legge promuove il bene comune in una società pluralista, soprattutto in campi come questo, era e resta il Parlamento. Il referendum invece radicalizza la logica oppositiva: i sostenitori del sì contro quelli del no! Gli argomenti sono sfumati e per il cittadino le occasioni e gli strumenti per comprendere non sempre sono adeguati. Certo è opportuno che tutti, a cominciare dalla comunità cristiana, si adoperino per informare e far capire, entrando nel merito dei quesiti e spiegando la portata delle scelte in gioco anche dal punto di vista culturale e simbolico”.