SETTIMANALI DIOCESANI
A proposito dell’imminente referendum abrogativo della legge 40/2004, ho sottomano l’appello pubblicato da un gruppo di cattolici. Vi si legge che “compito dei vescovi è indicare valori, non imporre ai credenti scelte che competono alla coscienza e alla fede di ognuno. Il Vangelo e la profezia hanno incessantemente animato la crescita dell’umanità lungo l’asse dei valori democratici, fra cui il primato della coscienza, il pluralismo, l’etica della responsabilità”. Non importa che il vescovo sia, come recita l’etimo del suo nome, il custode della verità e del popolo a lui affidato. Su tutto sembra prevalere un’idea assolutistica di democrazia. Nessuna domanda, nessun dubbio, neppure in tempi nei quali potremmo chiederci, citando “Fede, verità e tolleranza” dell’allora card. Ratzinger: “Quanto effettivamente libere sono le elezioni? Quanto è manipolata la volontà attraverso la propaganda, quindi attraverso il capitale, attraverso i dominatori dell’opinione pubblica? Non esiste forse l’oligarchia di coloro che determinano che cosa è moderno e progressista e quindi cosa deve pensare una persona ‘illuminata’”? A fronte di chi si impegna pubblicamente nella difesa della vita e della verità, c’è qualcun altro che rimane intimorito dentro un silenzio defilato, come in difesa, quando camminare piegati, sottocosta, ripara dai colpi e dai costi. E su tutto un richiamo: lasciare libertà di coscienza. Come non esser d’accordo? Come non vedere nel cristiano una persona chiamata alla libertà? Ma cosa significa libertà? Quando una coscienza è davvero libera di fronte alla sfida epocale che mette in discussione e a rischio la sacralità dell’esistenza umana? Il diritto alla vita, come diritto naturale, è da sempre riconosciuto tale contro i possibili assolutismi degli Stati e contro le arbitrarie interpretazioni del diritto positivo.
Può un cristiano, su questa frontiera, confondere la coscienza libera con una sorta di libera uscita dalla coscienza? Può porre la propria coscienza sugli spalti del relativismo? Come potremmo continuare ad annunciare il Vangelo degli ultimi se considerassimo il grande tema della vita come un sottoprodotto ideologico? Dietro una certa rivendicazione, si celano, in pari dosi, ingenuità e malafede, soprattutto quando lo smarcamento dall’indicazione dei vescovi si trasforma in obbedienza a uno o più schieramenti ideologici e politici. Ma si nasconde anche, più subdolamente, un’idea protestantica, entrata in circolo in qualche parte del mondo cattolico, e cioè che l’appartenenza e l’obbedienza possono essere rimosse perché a salvare il credente é solo il rapporto personale con Cristo. Inutile o marginale risulta l’appartenenza alla Chiesa. E così il mito di una libertà che fonda in se stessi il principio di verità, genera Babele e non pluralismo.
Bruno Fasani
direttore “Verona Fedele” Verona