Nel fondo del cuore

IL SINODO

“Gioia”, “correzione fraterna”, “umiltà”, “comunione”, ascolto della Parola, “pace”. Sono questi alcuni sentimenti e atteggiamenti interiori raccomandati ai 256 padri sinodali dal Papa, nella meditazione che BENEDETTO XVI ha tenuto il 3 ottobre, in apertura dei lavori del Sinodo dei vescovi. Il Santo Padre – si legge nel testo diffuso dalla sala stampa vaticana – ha esordito con un “gaudete”: “Se l’amato, l’amore, il più grande dono della mia vita, mi è vicino, se posso essere convinto che colui che mi ama è vicino a me, anche in situazioni di tribolazione – ha detto commentando la lettera di San Paolo apostolo ai Romani, dopo la “lectio brevis” dell’Ora Terza – rimane nel fondo del cuore la gioia che è più grande di tutte le sofferenze”. Di qui l’invito “ad accorgersi della presenza del Signore vicino a noi”, a “non essere sordi” alla presenza divina, “perché le orecchie dei nostri cuori sono talmente piene di tanti rumori del mondo che non possiamo sentire questa silenziosa presenza che bussa alla nostre porte. E così, insensibili, sordi alla sua presenza, pieni di altre cose, non sentiamo l’essenziale”.

Duecentocinquantasei padri sinodali, provenienti da 118 Paesi: quello in corso in Vaticano (fino al 23 ottobre) è il Sinodo con il “numero più alto dei partecipanti”, ha detto mons. NIKOLA ETEROVIC, segretario generale del Sinodo dei vescovi, nel “briefing” di presentazione della XI Assemblea generale ordinaria, svoltosi il 1° ottobre. Tra le novità della “metodologia” sinodale. La durata più breve (tre invece di quattro settimane), con gli interventi dei padri sinodali ridotti da 8 a 6 minuti e un “supplemento di lavoro”, con le sessioni pomeridiane anche il sabato pomeriggio; le “discussioni libere” nell’aula sinodale, dalle ore 18 alle 19, al termine delle Congregazioni generali giornaliere; la sperimentazione della “doppia votazione”, personale ed elettronica, “per decisioni di minori importanza”. Di seguito, una nostra sintesi della meditazione del Papa e alcuni “spunti” dal briefing del 1° ottobre. IL “VERO AFFETTO COLLEGIALE”. I vescovi, per il Papa, devono essere “immagini di Dio”: un’opera “spesso difficile”, che richiede un “esame di coscienza regolare”, per “riparare” una “rete apostolica” che “spesso non funziona bene” ed è come uno “strumento” da “rifare”, una “corda rotta” da riparare, in modo da “cercare di ritornare alla sua integrità”. Nasce da qui l’esortazione del Pontefice alla “correzione fraterna”, partendo dalla consapevolezza che “una delle funzioni della collegialità è quella di aiutarci, di conoscere le lacune che noi stessi non vogliamo vedere”.

“Non solo correggere, ma anche consolare, condividere le sofferenze dell’altro, aiutarlo nelle difficoltà”. Nella sua meditazione ai padri sinodali, il Papa ha parlato del “vero affetto collegiale”, da dimostrare “nelle tante situazioni difficili che nascono oggi nella nostra pastorale”, quando “qualcuno si trova realmente un po’ disperato, non vede come può andare avanti”. Il primo imperativo da seguire, in questo caso come nella “grande opera di misericordia” che è la correzione fraterna, è secondo Benedetto XVI la “molta umiltà e amore”, grazie alla quale i vescovi possono trovare la forza di “dare coraggio” gli uni agli altri, per “portarci insieme, appoggiarci insieme, aiutati dallo Spirito Santo”, ha aggiunto il Santo Padre. “PENSARE COME CRISTO”. Sul piano teologico e pastorale, Benedetto XVI ha invitato i suoi confratelli ad avere “la stessa visione fondamentale della realtà, con tutte le differenze che non solo sono legittime ma anche necessarie”. “Abbiate lo stesso pensiero sostanzialmente”, è il monito del Papa, che ha ricordato che “è la fede della Chiesa il fondamento comune che ci porta”.

Come ausilio per “pensare con il pensiero di Cristo”, il Papa ha suggerito la “lectio divina”, che aiuta ad “avere i sentimenti di Cristo” ed “essere capaci di dare agli altri anche il pensiero di Cristo”. L’ultimo imperativo raccomandato dal Papa è il “pacem habete”: “Solo se siamo fondati su una profonda pace interiore possiamo essere persone della pace anche nel mondo, per gli altri”, ha osservato il Santo Padre, secondo il quale la “grande consolazione” consiste per il cristiano nel fatto che Dio, grazie all’Incarnazione di Cristo, “è uomo con noi e abbraccia tutto l’essere umano. Dio ci precede. Ha già fatto tutto. Tutto questo nostro agire del quale parlano i cinque imperativi è un cooperare, un collaborare con il Dio della pace che è con noi”. UN SINODO CON PIÙ “POTERI”? Si prevede di “ampliare le responsabilità” del Sinodo? Rispondendo alla domanda di un giornalista, mons. Eterovic ha ricordato che “in base al decreto costitutivo del Sinodo, quest’ultimo potrebbe anche avere un potere deliberativo, qualora decidesse in tal senso il Santo Padre”. Ma già il Sinodo com’è attualmente, ha precisato il relatore, “è importante per favorire il consenso” nella Chiesa, attraverso “il confronto, l’ascolto e il dialogo”.

“Non si può parlare della Chiesa senza tenere in considerazione il Sinodo”, ha ricordato Eterovic, secondo il quale “anche nella fase consultiva esso ha giocato un grande ruolo per la Chiesa universale”, fungendo da “stimolo” ad esempio per documenti magisteriali come il Catechismo della Chiesa cattolica.

(3 ottobre 2005)