Oltre la crisi

IL SINODO

Quello della “mancanza di sacerdoti” nel mondo “non è un problema, ma un sintomo”: il vero problema è la “crisi di fede”, che affligge in modo particolare l’Europa. Lo ha detto il card. FRANCIS ARINZE, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti, durante la seconda conferenza stampa del Sinodo dei vescovi, svoltasi il 13 ottobre. Rispondendo alle domande dei giornalisti sulla crisi delle vocazioni, Arinze ha fatto notare che “il problema è la crisi della fede, perché il sacerdote è frutto della comunità, è il barometro della sua fede”.

Anche per il card. JUAN SANDOVAL INIGUEZ, arcivescovo di Guadalajara (Messico), la crisi delle vocazioni è “un effetto, e non la causa” di fenomeni come la secolarizzazione, che “chiude la finestra all’infinito e si concentra su questo mondo, come se fosse la destinazione finale dell’uomo”. In questo contesto, il ricorso ai “viri probati” non rappresenta tanto “una soluzione”, quanto “un problema”, ha puntualizzato Sandoval citando le Chiese orientali, che “hanno preti sposati, ma nonostante ciò soffrono di crisi delle vocazioni”.

Una testimonianza diretta sui “viri probati” è venuta da mons. SOFRON STEFAN MUDRY, vescovo emerito di Ivano-Frankivsk (Ucraina), che ha definito quella dei 360 preti sposati (su 400), in Ucraina, “molto difficile”: “Hanno in genere molti figli – ha raccontato – a volte hanno una casa ma a volte no, perché è stata sequestrata dai comunisti. Ci sono problemi sociali e anche umani, nella vita di questi sacerdoti, che non possono essere neanche inviati in Occidente, che richiede solo celibi per il ministero sacerdotale”. SITUAZIONI IRREGOLARI, DIVORZIO E NULLITÀ. “Non abbiamo il potere di sciogliere un matrimonio valido davanti a Dio e alla Chiesa”. Il card. Arinze ha rivolto un invito a considerare la condizione dei divorziati risposati “non come una legge della Chiesa, ma come una legge di Dio”: “Se due persone si sposano, e se quel matrimonio è valido davanti a Dio e alla Chiesa – ha ricordato il porporato rispondendo alle domande dei giornalisti – noi ministri non abbiamo il potere di scioglierlo. Purtroppo queste persone soffrono, ma una cosa è avere compassione per loro – come invita a fare Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio – tutt’altra cosa è dire che possono trovare un altro marito o un’altra moglie e fare la comunione”.

“Davanti a queste situazioni di sofferenza – ha aggiunto Arinze – bisogna dire che queste persone restano membri della Chiesa, ma che in quello stato di vita non possono accedere alla comunione, perché la loro situazione di vita non riflette più quell’immagine di matrimonio che la fede ci insegna”.

Rispondendo a una domanda su una presunta contraddizione tra la tendenza a “regolare le situazioni irregolari”, emersa dal Sinodo, e la richiesta più volte ribadita da Giovanni Paolo II ai tribunali ecclesiastici di un maggior “rigore” nell’annullamento dei vincoli matrimoniali, Arinze ha ribadito la grande differenza che esiste tra “nullità” e divorzio: “Se un tribunale ecclesiastico esamina un matrimonio fallito, vuol dire che si riteneva che non fosse valido fin dall’inizio; qualche volta risulta vero, qualche volta no. Ben altra cosa è il divorzio, che la Chiesa non accetta”. LE CHIESE ORIENTALI E LA “LAICIZZAZIONE”. “La richiesta avanzata dal card. Husar, arcivescovo maggiore di Lviv degli Ucraini, presidente del Sinodo della Chiesa greco-cattolica di Ucraina, di poter promuovere un Sinodo per le Chiese orientali cattoliche, vuole favorire un chiarimento sulla presenza dei cattolici in quei Paesi”. A precisarlo è stato mons. Mudry, ricordando che “una delle accuse più diffuse è che i cattolici di rito orientale costituiscono un ostacolo per il processo di riunificazione con gli ortodossi. Ciò – ha aggiunto – non è vero, basti pensare al fatto che nel nostro Paese ci sono tuttora 150 chiese cattoliche occupate da chiese ortodosse. Per mantenere buoni rapporti abbiamo perciò deciso di costruire 120 nuove chiese così da assicurare ai gruppi di fedeli che ne sono privi uno spazio liturgico adeguato”.

“Uno tra i problemi più gravi affrontati al Sinodo è la crescente laicizzazione della società, col dato che la gente non prega più o prega sempre di meno”: lo ha detto mons. JOHN PATRICK FOLEY, presidente del Pontificio Consiglio per le comunicazioni sociali, secondo il quale “sono state particolarmente commoventi le vicende di eroismo e martirio per la fede e l’amore all’Eucaristia raccontate dai padri sinodali, specialmente da quelli dei Paesi dell’Est”. EUCARISTIA E CULTURA. “Un conto è parlare di inculturazione, un altro stravolgere la liturgia per adattarla ai costumi locali”. Per il card. TELESPHORE PLACIDUS TOPPO, arcivescovo di Ranchi in India, “sulle cose essenziali dobbiamo essere uniti proprio perché la Chiesa è universale”.

A proposito della richiesta dell’uso del latino nella liturgia, Toppo ha ricordato che essa “essa è già prevista e quindi non fa problema. Semmai bisogna riflettere sul fatto che l’Eucaristia è per la trasformazione spirituale e per la liberazione dell’uomo e, quindi, l’aspetto essenziale è che dovunque andiamo, troviamo la stessa celebrazione che accomuna tutta la Chiesa”.

(13 ottobre 2005)