Con il senso del mistero

IL SINODO

“L’Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa”. È stato il tema della XI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi che si è tenuta in Vaticano dal 2 al 23 ottobre. Tre settimane di lavoro che hanno visto impegnati oltre 250 padri sinodali provenienti da tutto il mondo, proprio a conclusione dell’Anno dell’Eucaristia e che si sono chiuse con un appello a “quanti governano le Nazioni” perché “guardino con la dovuta attenzione al bene di tutti” e si facciano “promotori della piena dignità di ogni persona dal concepimento sino alla sua naturale conclusione”.

Il “Messaggio del Sinodo dei vescovi al popolo di Dio” reso noto il 22 ottobre è stato ricordato anche da Benedetto XVI che nella celebrazione conclusiva ha richiamato i principali temi emersi dal Sinodo: la conversione all’amore, l’impegno di fedeltà e la missione nel mondo. Per “benevola decisione” del Pontefice è stato, poi, pubblicato l’elenco finale delle 50 Proposizioni del Sinodo.

Presentiamo alcuni accenni delle riflessioni post-sinodali di mons. Amedée Grab , presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee), dell’arcivescovo di Malines-Bruxelles, card. Godfried Danneels e del patriarca di Venezia, card. Angelo Scola . UNA MANIFESTAZIONE DI RICCHEZZA. “Un fiorire, una manifestazione della ricchezza contenuta nell’idea di Giovanni Paolo II per questo Anno dell’Eucaristia” è il pensiero di mons. AMEDÉE GRAB, presidente del Ccee, al termine dei lavori del Sinodo al quale, spiega, “si chiedeva di aggiungere nulla, e così è stato, ma si tratta del botto finale di un fuoco d’artificio che dovrà abbracciare tutto il mondo”.

Ciò che mons. Grab mostra di apprezzare dai 23 giorni di lavoro sinodale è “l’esperienza degli altri padri, i contatti con gli altri presuli che vivono in condizioni molto difficili” e riporta le parole di un presule che si è detto “felice quando le parrocchie della sua diocesi possono ricevere l’Eucaristia almeno una volta l’anno”.

Ma che ne è dell’Eucaristia dalle nostre parti?

Si chiede provocatoriamente il presidente del Ccee. “Nella mia diocesi di Coira – aggiunge – c’è una mancanza allarmante di sacerdoti. Ma abbiamo una Messa domenicale in ogni parrocchia. L’idea, allora, è quella di rinunciare a parlare della penuria di preti ma di vedere come i presbiteri ed i fedeli realizzano la pienezza della comunione ecclesiale nell’Eucaristia”. LA TRADIZIONE DELLA CHIESA. “Nulla di nuovo è stato apportato sul piano dottrinale e non era questo l’obiettivo del Sinodo”. La precisazione viene dall’arcivescovo di Malines-Bruxelles, card. GODFRIED DANNEELS ed il riferimento è rivolto, in particolare, al celibato dei preti, l’accesso alla comunione dei divorziati risposati e ai non cattolici.

“Lo scopo del sinodo – ripete – non era introdurre delle novità teologiche ma rinnovare la pratica pastorale. Le proposizioni non dicono nulla di nuovo, ma dopo 40 anni di riforme conciliari un riaggiustamento era normale”.

Riguardo ai lavori il cardinale si è detto colpito dalle testimonianze che hanno evidenziato sfide come “la secolarizzazione e la mancanza di vocazioni per l’Europa e l’America del Nord, l’aids, la guerra e i rapporti con l’Islam per l’Africa, la diffusione delle sètte ed il proselitismo delle Chiese protestanti evangeliche per l’America Latina”.

Le risposte che la Chiese deve dare, secondo i padri sinodali, sono “una più incisiva pastorale vocazionale ed una migliore redistribuzione dei preti nel mondo”. L’UOMO EUCARISTICO. “Chi è l’uomo che va a celebrare l’Eucaristia? Chi è – per usare l’altra stupenda espressione di Giovanni Paolo II – che vive la sua esistenza in forma eucaristica?”.

Sono queste le domande che risuonano nel card. ANGELO SCOLA all’indomani del Sinodo. La risposta è chiara: “È un uomo appassionato al suo destino e al destino dell’umanità. È un uomo che ha un acuto senso della sua libertà e, proprio per questo, è un uomo che sa fare spazio al mistero di Colui che sa tutte le cose del Dio Padre creatore, che proprio nella vicenda dell’incarnazione, della predicazione, della passione, della morte e della risurrezione ci ha rivelato il suo volto d’amore”.

Per il patriarca di Venezia è “un uomo mosso dal senso del mistero e consapevole che questo amore è il Dio vicino, che ci accompagna nell’avventura straordinaria dell’esistenza e in Gesù ci indica la via per arrivare alla verità e alla vita.

La via per il compimento e per la felicità da una parte, e la via perché la libertà sia continuamente liberata dai lacci, in cui noi la facciamo precipitare per la nostra fragilità interna. È l’homo religioso che si trova a tutte le latitudini e longitudini, ma che sa affidare la propria religiosità al dono della fede”.

(28 ottobre 2005)