PENSIERI
“Da quale Paese vieni?” chiede un adulto a un giovane che gli é accanto, in piedi nell’affollatissima aula Paolo VI.
“Sono partito ieri da Budapest, ho viaggiato tutta la notte con altri amici per vedere e ascoltare il Papa”.
L’adulto non ha un attimo di esitazione. Si alza.
“Siedi – dice al ragazzo – questo posto è il tuo”.
Piccolo gesto che prendiamo in prestito per spiegare perché lasciamo ben volentieri a un giovane questa pagina dedicata a Giovanni Paolo II, un anno dopo. (SIR)
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Sono i giorni della memoria di un uomo che in poco più di vent’anni ha inciso profondamente nella storia dell’umanità con il suo accorato invito a seguire Cristo col coraggio e con l’attenzione tipici delle sentinelle che attendono l’aurora. Si riprendono in mano foto, filmati e pagine di giornali, vecchi di un anno, e si ripercorrono parole e immagini di persone che, affrontando il peso di una notte insonne e di una fila lunga ore, da pellegrini, hanno voluto dare l’estremo saluto a Giovanni Paolo II.
Per chi come me è nato e cresciuto sotto il suo pontificato e ha sentito la vicinanza del Papa nella tenerezza delle sue parole, il ricordo degli eventi dell’anno scorso si accompagna a un senso di forte emozione in quanto Wojtyla è stato per noi giovani un forte punto di riferimento e ci ha trasmesso una grande fiducia nel domani.
Sono stati soprattutto i giovani le molteplici gocce di quel fiume umano che si è mosso verso il soglio di Pietro per l’estremo saluto, hanno portato con sé quella voce di speranza che il Papa polacco aveva fatto echeggiare nelle piazze e nelle strade di tutto il mondo: “Aprite le porte a Cristo!”.
Le nuove generazioni hanno riconosciuto in lui un testimone della Parola, hanno mitigato la paura imposta dai regimi totalitari, hanno riscontrato che il Papa, come nell’immagine del suo ultimo Venerdì Santo, ha voluto condividere con Cristo il peso della croce senza sottrarsi alla vista del popolo di Dio.
L’attenzione verso i giovani, come per i malati e i poveri, è stato un motivo ricorrente durante i suoi anni di pontificato. Wojtyla ha dato voce alle nuove generazioni negli anni successivi alle contestazioni, in un momento in cui le istituzioni sembravano non interessarsene.
Ha proposto loro un modello di vita controcorrente: mentre il mondo andava verso la ricerca spasmodica dell’immagine, del primato del desiderio, del successo come affermazione della persona, il Papa proponeva l’immagine di Cristo, affidava ai giovani la croce da portare per le strade del mondo, esaltava il valore dell’eternità rispetto al piacere del momento: “La Croce, che sembra innalzarsi da terra, in realtà pende dal cielo, come abbraccio divino che stringe l’universo. La Croce si rivela come il centro, il senso e il fine di tutta la storia e di ogni vita umana”.
Anche i non credenti sono rimasti attratti dalla testimonianza di Giovanni Paolo II, dal suo saper aprire le braccia in senso di accoglienza verso l’altro. Di fronte a un Papa che chiede perdono per le sofferenze provocate dalla Chiesa, incarnando così l’insegnamento di Cristo, anche chi era lontano dalla fede, ha riconosciuto nel Pontefice la grandezza di un uomo che si è messo in ascolto degli ultimi della terra.
Il ricordo di una tale figura non si può tuttavia fermare alla commemorazione. A fare da contrasto all’immagine dell’uomo del “Totus tuus”ci sono le questioni aperte nel mondo su cui Giovanni Paolo II si è espresso e per le quali ha dato mandato ai giovani per una nuova primavera dell’umanità. Sono numerosi gli scenari di guerra che vedono calpestati la dignità dell’uomo, si tace spesso sulle povertà e le discriminazioni, si lede il rispetto della vita dai piccoli agli anziani.
Alla memoria si accompagna dunque l’impegno contro le ingiustizie, a favore della pace: “Mai più la guerra!”. Siamo in prima persona chiamati a rispondere alle parole che il Papa ci ha affidato, ribadendo come le nuove generazioni debbano essere attori di un cambiamento che poggi le sue basi nel Vangelo e confermi la propria fede nella quotidianità dell’esistenza, nelle proprie scelte e nelle proprie fasi di crescita.
Non è un invito semplice perché vuol dire credere nella perfettibilità della propria vita, nel tendere ad un modello di santità, ma papa Wojtyla nel 2000 ci rassicurava dicendo: “Cari giovani del secolo che inizia, dicendo “sì” a Cristo, voi dite “sì” ad ogni vostro più nobile ideale prego perché Egli regni nei vostri cuori e nell’umanità del nuovo secolo e millennio. Non abbiate paura di affidarvi a Lui. Egli vi guiderà, vi darà la forza di seguirlo ogni giorno e in ogni situazione”.
Salvatore Ielpa
vicepresidente nazionale Fuci
(31 marzo 2006)