PENSIERI
“Grazie a te donna, per il fatto stesso che sei donna”. Cantore appassionato della donna e del suo “genio femminile”, Giovanni Paolo II si esprimeva così nella “Lettera alle donne”, pubblicata nel 1995 in occasione della Conferenza mondiale di Pechino. Sette anni prima, nella Lettera apostolica “Mulieris Dignitatem” (30 settembre 1988) aveva tracciato un percorso, inedito nella storia del papato, di difesa e rivendicazione della dignità femminile.
“Totus tuus” è stato il motto del suo pontificato, all’interno del quale la presenza di Maria, straordinariamente intensa forse anche per la precocissima perdita della madre subita a soli nove anni, lo ha condotto a parlare di “profilo mariano” della Chiesa. Un pensiero sulla donna, quello di Papa Wojtyla, che Paola Ricci Sindoni, docente di filosofia morale all’Università di Messina, definisce al SIR “visione davvero profetica, sostenuta da una solida filosofia personalista, una sincera attenzione antropologica e una profonda teologia contemplativa”.
Quale, secondo lei, la principale intuizione di Giovanni Paolo II?
“Il comprendere che la storia avrà sempre più bisogno delle donne e del loro genio che consiste, innanzitutto, nella capacità di costruire ponti con l’universo maschile. Il cosiddetto genio femminile, di cui è stata spesso data un’interpretazione retorica e apologetica è, innanzitutto, l’originalità della donna; quella sua specificità che occorre valorizzare per quello che è, senza ricorrere al confronto/opposizione con parametri maschili. Il Papa, del resto, si ispira ad una lettura sapienziale della Genesi, secondo cui la donna non si colloca a fianco dell’uomo in una sorta di sostegno reciproco, né, tantomeno al di sotto, ma di fronte a lui con pari dignità.
Che visione aveva, allora, Papa Wojtyla del rapporto uomo/donna?
“Giovanni Paolo II si è instancabilmente adoperato per affermare il principio di un’unica umanità che si esplicita in due forme: il maschile e il femminile. Superando sia il concetto di sottomissione (della donna) che quello di complementarità, introduce il principio della reciprocità: la relazione autentica fra uomo e donna si attua attraverso il reciproco riconoscimento di ciò che si è. Due identità non contrapposte né complementari, ma, piuttosto, in una relazione di pari dignità e assoluta reciprocità. Così nella società, auspicava il Pontefice, come pure nella Chiesa all’interno della quale, affermava, coesistono la dimensione petrina, che ne costituisce la struttura organizzativa, e la dimensione mariana che a questa struttura dovrebbe dare un’anima”.
Giovanni Paolo II ha affermato che la forza della donna scaturisce dalla consapevolezza che Dio le affida l’umanità…
“Sì: il genio femminile da lui posto in rilievo è anche la capacità della donna di accogliere e custodire qualcosa per consegnarlo ad altri. Il linguaggio del corpo femminile, all’interno del quale ha inizio la vita, è un linguaggio di custodia e di dono: è, per Papa Wojtyla, espressione di quell’autentica umanità di cui ha bisogno il mondo per uscire dalla logica maschile dell’autoreferenzialità”.
C’è chi contesta al Pontefice di aver riproposto un modello femminile di “angelo del focolare”…
“Al contrario. Dalla Christifideles Laici (1988) emerge con chiarezza il duplice compito affidato alla donna: dare piena dignità alla vita matrimoniale e alla maternità, e, al tempo stesso, assicurare la dimensione morale della cultura, affinché essa sia degna dell’uomo. Il che implica la sua partecipazione attiva alla vita politica, sociale e culturale cui può dare un’anima grazie alla sua sensibilità per ciò che costituisce l’autentico bene dell’uomo. Un contributo per Giovanni Paolo II insostituibile contro la disumanizzazione della società e della cultura”.
E il suo ruolo nella Chiesa, da molti ritenuto ancora marginale?
“A torto si sente di tanto in tanto invocare il sacerdozio femminile, come se si trattasse di una questione di pari opportunità. Il punto non è questo. All’interno della Chiesa vi sono una duplicità e un’alternanza di missione secondo le quali i ruoli, maschile e femminile, devono mantenere la loro specifica identità senza confondersi. Come dicevo prima, distinguere tra dimensione petrina e dimensione mariana non significa relegare la donna in ruoli marginali, ma valorizzarne, come si è da tempo iniziato a fare, la vocazione e i doni attraverso la sempre maggiore partecipazione ad organismi pastorali ed ecclesiali e l’impegno nell’evangelizzazione e nella trasmissione della fede”.
Come donna, che cosa le rimane di Giovanni Paolo II?
“Profonda gratitudine per la sua costante attenzione al mondo femminile; un crescendo, attraverso gli anni, di riflessioni e interventi che non sono stati ancora del tutto esplorati. Un pensiero che deve trovare orecchi aperti e uno sguardo sempre più attento. Mi sembra, al riguardo, che anche da parte di Benedetto XVI vi sia la volontà di un approfondimento e di una valorizzazione della donna all’interno della Chiesa”.
(31 marzo 2006)