Il caschetto giallo

PENSIERI

Giovanni Paolo II si trovava bene tra i lavoratori e i lavoratori si trovavano bene con lui. Lo si vedeva. Amava profondamente il mondo del lavoro, lo sentiva uno dei “suoi” mondi, lo sentiva luogo di presenza di Cristo. Dal suo primo viaggio in Polonia, subito dopo essere diventato Pietro, fino al grande Giubileo dei lavoratori a Tor Vergata nell’Anno Santo del 2000, Giovanni Paolo II ha sostenuto un lungo e intimo dialogo con i lavoratori e con l’intero mondo del lavoro.

Non mancava mai, visitando una fabbrica o un luogo di lavoro, di ricordare e di ricordarsi che anche lui era stato operaio, che anche lui aveva conosciuto quella vita e su quella vita aveva anche molto riflettuto, da filosofo, da pastore e da Papa. I lavoratori che lo hanno incontrato nei suoi numerosi viaggi e che hanno ascoltato le sue parole dentro i capannoni delle fabbriche lo pensavano e lo pensano certamente così: cervello fino e mani callose. Uno di loro.

In questo amore per il mondo del lavoro era certamente presente la sua biografia ma anche, e forse soprattutto, l’esperienza pastorale della Chiesa polacca, così inserita dentro il movimento dei lavoratori, così convinta che il Vangelo fosse un messaggio di realistica liberazione per il mondo del lavoro. Una religione non tanto “popolare”, quella polacca, quanto “di popolo”, come era ormai difficile vedere nell’Europa occidentale.

Giovanni Paolo II ha messo bene in evidenza questo collegamento tra la Chiesa e i lavoratori nell’Enciclica Centesimus annus , attribuendo a questo legame profondo il carattere di un “segno dei tempi” nelle complesse vicende del crollo dei regimi comunisti. Ne risultava una indicazione pastorale di grande portata valida per la Chiesa intera.

Ma non si trattava solo di questo. Nel lavoro Giovanni Paolo II vedeva un luogo in cui l’uomo faceva due esperienze fondamentali nella sua vita: assumeva un compito e seguiva una vocazione. Due esperienze radicali che lo mettevano in rapporto particolarissimo con se stesso e, soprattutto, con Dio.

Il lavoro è importante, per Giovanni Paolo II, non per le cose che si fanno ma per la persona che si é. Nel lavoro non si assume solo un compito, si assume se stessi come compito. Nel lavoro uno assume se stesso, si riconosce, decide di accettarsi come dovere da realizzare. Il lavoro emana dall’assunzione di alcuni doveri, verso l’impresa, verso la famiglia, verso la società, ma prima di tutto doveri verso se stesso, verso quell’uomo che noi vogliamo essere.

Qui si scopre anche la solidarietà del mondo del lavoro, che non si basa sulle rivendicazioni o sul fatto di lavorare gomito a gomito, ma sull’assunzione di un compito, sulla scelta per la propria umanità, nella lotta per la sua valorizzazione. Perfino gli elementi più bui del lavoro, i suoi elementi di fatica, di dolore e anche di ingiustizia, secondo Giovanni Paolo II, trovano una luce nell’uomo che lavora e nella grande dignità con cui egli assume consapevolmente su di sé questo compito di umanizzarsi e di umanizzare.

Nel lavoro poi, secondo Giovanni Paolo II, l’uomo risponde a una vocazione. Sente una chiamata, viene attratto fuori di sé, perché viene chiamato non a fare di più ma a essere di più. Questa vocazione lo invita a prendere atto che il senso del suo lavoro non è il suo lavoro, ma lui stesso e che il senso di lui stesso non è lui stesso, ma Qualcuno di più grande. L’esperienza del lavorare è, quindi, rivelatrice di un progetto su di me e di me come progetto per me stesso.

Ecco perché c’entra Cristo con il mondo del lavoro. Giovanni Paolo II ha sempre contrastato l’idea che il lavoro fosse reso dignitoso da ciò che si fa.
Egli ha sempre detto, invece, che nel lavoro l’uomo incontra se stesso e gli altri come progetto e si apre al progetto di Dio su di lui e sugli altri.

Il fatto che nei Paesi dell’Est europeo il principale motore del processo di libertà siano stati i lavoratori e il fatto che, specialmente in Polonia, l’intreccio vitale tra Chiesa cattolica e lavoratori fosse così stretto possono essere letti teologicamente in questo senso: Cristo è la libertà del lavoro. Il “Papa lavoratore” nasce da qui, da Cristo lavoratore.

Il volto sorridente di Giovanni Paolo II che, con il caschetto giallo in testa, parla alle tute blu dentro le fabbriche di tutto il mondo e poi stringe le mani e ricorda che anche lui è stato operaio nella fabbrica Solvey nella sua terra lontana, ha un significato biografico per lui, per la sua Polonia, e per tutti i lavoratori perché si fonda sulla Biografia di Cristo.

Stefano Fontana

(31 marzo 2006)