Ancora quel “grido”

PENSIERI

Un grande vuoto, è un’assenza che si fa sentire, è la mancanza di un padre a cui si faceva affidamento: ancora dopo un anno dalla scomparsa di Giovanni Paolo II il popolo cristiano – e non solo – non riesce del tutto ad abituarsi al silenzio di una voce che per oltre un quarto di secolo lo aveva guidato, rassicurato…

Non c’è solo la fila interminabile di fedeli in preghiera sulla sua tomba che lo rende palpabile o l’impazienza per la dichiarazione formale di santità che il cuore ha già sancito. C’è perfino la testimonianza del suo successore, Benedetto XVI che, come tutti e a nome di tutti, coglie questo sentimento comune e lo interpreta, riproponendo il suo magistero: come quando domenica 26marzo, durante una visita a una parrocchia romana, ha letto alcuni passi di un discorso che Karol Wojtyla avrebbe dovuto pronunciare il 3 aprile 2005, e che non poté perché alla vigilia sopravvenne la morte.

Appare quasi un testamento che merita d’essere riletto: “All’umanità che talora sembra smarrita e dominata dal potere del male, dell’egoismo e della paura – affermava il testo predisposto dal Santo Padre – il Signore risorto offre in dono il suo amore che perdona, riconcilia e apre l’animo alla speranza”.

All’interno ancora quel grido che era echeggiato all’inizio del pontificato: “Non abbiate paura!”. Un’esortazione alla speranza con cui, singolarmente, Giovanni Paolo II ha iniziato e concluso il suo lungo magistero al servizio della Chiesa universale e dell’umanità. Il timbro di una certezza che in tutta la vita non l’aveva mai abbandonato, segnandola in modo definitivo: l’amore di Dio è un dono abbondante e gratuito che si potrà mai esaurire.

È la speranza che si contrappone al diffondersi del male, delle ingiustizie, delle prevaricazioni di ogni tipo che sembrano più che mai presenti in questi nostri giorni. Forse dei tanti insegnamenti del ricchissimo magistero è quello di cui l’umanità ha più bisogno. E che dunque, proprio per questo, ancor di più sembra smarrita per l’assenza di quella parola rassicurante.

Non aveva vissuto in tempi facili, Karol Wojtyla, prima e dopo che diventasse Pontefice. Ai tempi del nazismo come quelli del comunismo, quando sembrò che una cappa insuperabile d’orrori e di violenza sommergesse i popoli.

Egli non aveva potuto opporgli che la sua fede e la sua coerenza, prima da giovane prete e poi da Papa. Sempre con le sole armi che aveva a disposizione: la forza della verità, la sua parola, la fiducia nell’aiuto di Dio.

E contro ogni previsione aveva vinto: la voce della Chiesa, la sua assillante richiesta di dialogo e di pace avevano prevalso contro il potere delle armi e di sistemi organizzati che apparivano invincibili. Il magistero di un Pontefice, solo perseguendo fini religiosi e non politici, aveva conquistato il proscenio nei rapporti internazionali, riproponendo gli eterni valori della dignità dell’uomo, creatura di Dio, delle sue aspirazioni alla libertà e alla giustizia. Soltanto con la forza di quel “non abbiate paura”, perché l’aiuto di Dio non cesserà.

L’umanità, se non i suoi leader, aveva compreso e gli aveva concesso la sua fiducia. In ogni difficoltà, dinanzi alle contrapposizioni della politica e dell’ideologia, alle guerre annunciate o scoppiate, gli uomini di buona volontà alzavano gli occhi a quella finestra dei palazzi apostolici per ritrovare fiducia e speranza.
Lo scenario è cambiato, le minacce alla pace e al dialogo tra i popoli hanno assunto altre vesti e dimensioni. Avremmo voluto ancora essere tranquillizzati da quella voce paterna e con quell’invocazione – “subito santo” – ne chiediamo l’assistenza dall’alto del cielo. È un sentimento umano e comprensibile, che non coglie – dal punto di vista del popolo di Dio – del tutto la verità del presente. Perché a quella finestra dei palazzi apostolici, si può osservare un’altra figura e ascoltare un’altra voce che ci conforta e ci esorta alla speranza. Con accenti forse diversi, ma con lo stesso spirito che aveva guidato il suo predecessore.

È, infatti, questa la grandezza e la certezza della Chiesa: che ogni Pontefice è “servo dei servi” e lo Spirito Santo soffia incessante su di essa. Benedetto XVI ha già dato prova, con la parola e l’azione, di non volersi discostare dal magistero di Giovanni Paolo II, che del resto aveva nutrito con i suoi consigli e la sua opera. Ed è per tutti noi una consolazione e una grande iniezione di fiducia. Ma ciò non impedisce di provare, ancora dopo un anno, una fitta al cuore per un padre che non c’è più.

Silvano Spaccatrosi

(29 marzo 2006)