PENSIERI
Alle 21.37 del 2 aprile 2005 moriva Giovanni Paolo II. Dopo più di 9.500 giorni, si consumava così il terzo papato più lungo della storia, dopo quello di San Pietro (35 o 37 anni) e di Pio IX (31 anni).
Memorabili restano le immagini delle centinaia di migliaia di fedeli che nei giorni precedenti la morte vegliarono e pregarono in piazza San Pietro per il Papa polacco e delle lunghe, chilometriche file, di gente in attesa per dargli un ultimo saluto.
Attraverso le immagini televisive rilanciate nel circuito mondiale, tutti ebbero la possibilità di seguire le esequie, la cui immagine più nitida ed esemplare resta, ancora oggi, quella semplice bara, al centro del sagrato, su cui era stato posto un Vangelo, sfogliato dal vento. Abbiamo raccolto alcuni ricordi e testimonianze di noti esponenti del mondo musicale, artistico, culturale e sportivo italiano.
Ennio Morricone. Una cantata su testi scritti da Giovanni Paolo II. Il compositore Ennio Morricone affida alle note, più che alle parole, il ricordo di Papa Wojtyla, a un anno dalla sua morte. “Ho scritto una cantata su testi in prosa e versi del defunto Pontefice una figura che richiama in me memorie piacevoli e ricche di suggestione. Il titolo della composizione è Canto del Dio nascosto , scelto proprio tra le parole del Papa”.
Gaspare Barbiellini Amidei. Scrittore e giornalista, già vicedirettore vicario di “Il Corriere della Sera” e direttore di “Il Tempo”, Barbiellini Amidei, da esperto del mondo giovanile, aggancia i ricordi di Giovanni Paolo II al suo rapporto con i giovani e con i media. “Credo che nel rapporto con i giovani la cosa più duratura in Papa Wojtyla sia il fatto che ricordava sempre che i giovani sono qualcosa di cui gli altri hanno bisogno. Cammino con i giovani per restare giovane amava ripetere questo proverbio polacco per dire che il mondo giovanile non è un peso per la società ma una ricchezza.
È un’idea moderna come moderna è la pedagogia di Giovanni Paolo II per il quale educare equivale a imparare a educare. I giovani sono anche educatori dei non giovani e non solo educati da questi. Penso che questo concetto di parità che la società contemporanea tende a sconvolgere sia il punto più stabile dell’efficacia comunicativa del Papa polacco”.
Ma Giovanni Paolo II è stato un comunicatore fino in fondo. “Ricordo – aggiunge il giornalista – la sua capacità di comunicazione, attraverso il corpo sofferente, recuperando nel migliore modo possibile quel concetto della teologia protestante che è l’idea della corporeità della spiritualità – la religione non è solo per l’aldilà ma anche per l’aldiquà. Un tema molto sviluppato da Lutero e ripreso da teologi protestanti contemporanei.
Questa idea del corpo come capacità di trasmettere il messaggio è molto moderna. Il Papa sofferente – e non è un paradosso – era un Papa gioioso, una sofferenza da guardare in faccia perché dava gioia. Sembrerebbe una contraddizione in una società che non vuol vedere la morte e la malattia.
Quella di Giovanni Paolo II è stata una grande comunicazione. La gente piangeva ma era lieta. Un anno dopo, depurata una certa emotività, la paura del vuoto, anche mediatico, che si temeva avrebbe lasciato si è dissolto grazie anche a Benedetto XVI che ha colto molto bene che non c’era nulla da imitare ma da continuare. Un’eredità assunta con molta pacatezza che non ha creato vuoti”.
Liliana Cavani. Un Papa affettuoso. Si potrebbe sintetizzare così l’immagine di Karol Wojtyla che vive nella mente della regista Liliana Cavani che racconta un episodio: “Nel pomeriggio dell’Epifania del 1991, con poche altre persone, abbiamo visto con il pontefice, Francesco da me diretto (nel 1989). Lo vidi molto commosso. Mi abbracciò e mi baciò durante la proiezione.
Era molto affettuoso. Tutto il mondo dell’arte e della comunicazione ha avuto un grande impulso sotto il suo pontificato. Credeva che la comunicazione fosse uno strumento molto importante. Giudicava cinema e tv, e così gli altri media, utili per avvicinare il mondo, per ridurre le distanze che lo separano. Il suo modo di comunicare coinvolgeva anche il corpo, non solo alla fine quando era malato e sofferente ma anche quando era giovane e sportivo. A differenza dei suoi predecessori con la sua gestualità e corporeità determinava una sorta di ottimismo e l’immagine di una fede trionfante oltre la ragione”. Stefania Belmondo. La sua mano sul capo di un bimbo. È il ricordo “più bello” che la pluricampionessa olimpica (oltre a 24 vittorie in coppa del mondo, 66 podi e 35 titoli italiani assoluti) Stefania Belmondo ha di Giovanni Paolo II. Una figura doppiamente importante perché, rivela, “assomigliava veramente tanto a mio padre. Ancora oggi, insieme a mio papà e mia madre in famiglia, lo raccontiamo. Ho sempre desiderato incontrarlo ma a causa della sua malattia non riuscii a farlo.
Ma di lui serbo il ricordo di una persona ricca di amore e di umanità riversata sul mondo. Poi – aggiunge – sapere che condivideva con noi atleti dello sci questa passione sportiva ci spronava sempre a far meglio e a dare il massimo e a non mollare mai in ogni gara. Lui era l’atleta di Dio, un esempio da seguire. Ma c’è un’altra cosa che mi ha insegnato Papa Wojtyla, l’amore e il rispetto della natura, dei suoi silenzi e della sua bellezza. Era vicino alla natura più di chiunque altro. E quando sciava era troppo bello”.
(29 marzo 2006)