ARTICOLI
“Giovanni Paolo II sapeva come utilizzare la televisione e come far sì che essa coprisse tutta la sua vita pubblica, ma non l’ha mai manipolata e ne ha sempre rispettato gli operatori e i professionisti”. Così mons. John Patrick Foley, presidente del Pontificio Consiglio per le comunicazioni sociali, ha introdotto ieri (6 aprile) a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana (Pug), il convegno “Giovanni Paolo II. Evento religioso, evento televisivo”, organizzato dalla Rai in collaborazione con il Centro interdisciplinare sulla comunicazione sociale (Cics) della Gregoriana, il Pontificio Consiglio per le comunicazioni sociali, il Centro televisivo vaticano (Ctv), Telewizja Polska, l’Università Cardinale “Stefan Wyszynski” di Varsavia, con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica di Polonia presso la Santa Sede.
L’incontro di studiosi e professionisti della comunicazione e della liturgia in onore di Papa Wojtyla, nell’anniversario della morte, si concluderà oggi, con una riflessione sui gesti, la malattia e i funerali e sull’educazione alla comunicazione. Molti i documenti audio-visivi presentati, da archivi Rai, vaticani e della televisione polacca Telewizja Polka. “Un fatto non è accaduto se non accade in tv”, ha detto mons. Foley, segnando il leit motiv dei numerosi interventi in programma. “Siamo qui per scolpire la figura di Giovanni Paolo II nei media, in un’opera di cesellatura scientifica delicata e accurata. Fu un Papa mediatico fin dal giorno della sua elezione”. Questo l’esordio del presidente di RaiSat, Carlo Sartori, che ha moderato la prima sessione, dedicata all’elezione e ai primi cento giorni di pontificato.
Per il docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Armando Fumagalli, l’elezione di Giovanni Paolo II si colloca in piena “crisi di secolarismo della Chiesa cattolica”. In quel contesto, “il Papa polacco ha rappresentato una sorpresa, che testimoniava una Chiesa giovane e piena di entusiasmo”. E presto divenne il “fenomeno di una moltitudine di persone”, poiché, ha ricordato Fumagalli, al termine anonimo di “massa”, Papa Wojtyla preferiva quello di “moltitudine”, che designa “una comunità animata da un comune ideale”.
“Giovanni Paolo II ha segnato una svolta: un nuovo tempo ha avuto inizio”, ha affermato il responsabile Rai Vaticano Giuseppe De Carli. “Con il suo linguaggio schietto e diretto, ha rotto gli schemi ed è entrato stabilmente nelle nostre case. Con lui, la metafora della finestra del Papa sul mondo si è ribaltata: la finestra del mondo si è spalancata su questo Papa”.
Per Franco Lever, docente alla Pontificia Università Salesiana, “convocava milioni di persone con la potenza di un messaggio cristiano che colmava i vuoti di comunicazione”. Fu “una lezione da apprendere per gli operatori della comunicazione – ha continuato il salesiano – ma sarebbe sbagliato imitarne lo stile, quasi fosse un metodo o una tecnica”.
Il pensiero del critico cinematografico e televisivo gesuita Virgilio Fantuzzi è che Giovanni Paolo II fu “un Papa così straordinario da stravolgere ogni teoria di comunicazione. Con il potere di surriscaldare i media e modificarne totalmente la natura”. “L’Unesco chiede di raccogliere il materiale audiovisivo che potrebbe diventare patrimonio dell’umanità”, ha detto Andrzej Jurga, docente all’Università Cattolica “Giovanni Paolo II” di Lublino. “I documenti su Papa Wojtyla fanno certamente parte di questo materiale prezioso”. Il regista Krzysztov Zanussi ha ripercorso i momenti salienti delle visite in Polonia, nel 1979, nel 1983 e nel 1987.
Il regime lo temeva e cercava di ridimensionarne l’immagine pubblica anche attraverso tecniche televisive, ha detto Zanussi, “ma la gente lo amava, perch¨¦ mostrava tutti i suoi volti: sorridente, allegro, umoristico, familiare, stanco, affamato, sofferente, arrabbiato, a volte duro e un po’ ruvido, ma sempre con la stessa preoccupazione, l’amore per l’altro, per la singola persona, per ciascun fedele come se fosse l’unico”.
Per Joseph Sievers, direttore del Centro “Cardinal Bea” per gli studi giudaici, “anche quando le telecamere erano tutte puntate su di lui, non concentrava mai l’attenzione su di sé, ma la spostava sull’altro e verso l’Alto”.
Un Papa mediatico, un Papa ecumenico. “Non dimenticheremo l’abbraccio al rabbino Toaf”, ha detto Sievers. E nel ricordare le prime parole del Pontificato: “Se sbaglio, mi corrigerete”, Imad El Atrache, caporedattore della Tv araba “Al Jazeera”, ha commentato: “Una frase intensa ed emblematica, che lo ha reso profondamente umano. Io musulmano, e giornalista musulmano, sono rimasto affascinato da questo Papa, che nella prima parte del suo pontificato si è preoccupato di dare coraggio e speranza al popolo dei cattolici, ma in una seconda fase è uscito dai confini della sua Chiesa, ed è stato, per noi giornalisti, anche musulmani, non più il Papa dei cattolici, ma il Papa e basta”.
(07 aprile 2006)