La figura del prete

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“Se è vero che una delle malattie spirituali più gravi di oggi è la separatezza – separatezza di relazioni e di ambiti, da cui la solitudine, l’isolamento, lo sradicamento – ci chiediamo come il servizio ecclesiale offerto dal presbitero con la sua vita e la sua attività, venga incontro al bisogno di salvezza che oggi si articola in domanda di comunione autentica, di capacità di rapporti veri con le persone, di fiducia e speranza”.

Questo, il principale interrogativo che ha sotteso il seminario di studio su “La figura del prete”, promosso nei giorni scorsi a Roma dal Servizio Cei per il progetto culturale in preparazione al IV Convegno ecclesiale nazionale (Verona, 16-20 ottobre 2006).

La questione è stata posta da mons. GIANNI AMBROSIO, consulente del suddetto Servizio Cei, che, introducendo i lavori, ha ricordato che l’esigenza del seminario è emersa in occasione della 53ª assemblea generale della Cei (17-21 maggio 2004), “con l’approvazione della Nota pastorale Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”. Presentiamo alcuni spunti di riflessione emersi dal seminario. I TRE LIVELLI. “Sarebbe interessante vedere come nella riformulazione della figura del presbitero si intrecciano i diversi livelli che costituiscono il contesto di esercizio del ministero del prete: il livello personale-quotidiano (il prete, la sua attività, le sue condizioni di vita, la sua spiritualità), quello istituzionale (il prete all’interno della Chiesa, nella comunione del presbiterio, nel legame con il vescovo, nella pastorale integrata) e quello socio-culturale (il prete in rapporto alla odierna socio-cultura).

In un mondo dai tratti secolarizzati ma che manifesta una certa ricerca religiosa, solo l’intreccio intelligente dei tre livelli può consentire di tradurre in chances le obiettive difficoltà della situazione, superando l’intimismo, la rassegnazione, la riduzione della Chiesa a un piccolo gruppo”. (mons. GIANNI AMBROSIO, consulente Servizio Cei per il progetto culturale) UOMO DELLA PRESENZA. “Il prete c’è. Ed essendoci dimostra che qualche punto fermo per lui esiste. Così accade che, specialmente nei momenti salienti dell’esistenza – nascita, matrimonio, morte – il prete-Chiesa diventi per la gente una sorta di riserva di senso.

Ma ogni fortuna racchiude in sé il suo opposto, la sciagura. La tentazione, di fronte a chi viene a domandare senso, è di comportarsi come si comporta il mondo-mercato: a ogni domanda l’offerta su misura.

Davanti a me scopro un popolo che chiede sì religiosità, purché sia una parentesi – è la confidenza di un prete -. Non rimetta in discussione la vita ma si limiti a consolarla.

Un popolo che chiede di non essere disturbato in profondità. Addio Vangelo che seduce, avvince, cambia la vita e conquista a una causa”. (UMBERTO FOLENA, vicedirettore “L’Adige” di Trento) CRISI QUALITATIVA. “Se è vero che la dimensione qualitativa della crisi del ruolo del prete prevale ancora su quella quantitativa, le recenti policies ecclesiastiche assunte dalla Cei (nuova attenzione alla parrocchia, ricomprensione della specificità della cultura associativa, avvio di una riflessione sul ruolo del clero, sviluppo di una sistematica attenzione ad una meditazione culturale della fede) risultano all’altezza delle sfide”.

Tuttavia, “ciò non scioglie altri nodi cruciali quali quelli del grado di coscienza, consenso e determinazione che accompagna queste scelte, della probabilità che esse abbiano la meglio su opzioni alternative, del grado di possibilità che la competizione si chiuda con il consolidamento di un nuovo assetto” che prelude a “un regime di reale emergenza”. (LUCA DIOTALLEVI, Università Roma Tre) NEI MEDIA. “Dall’attuale processo di depotenziamento delle figure di autorità non è esente la figura del prete di cui i media si sono ampiamente interessati. Spesso la rappresentazione televisiva è meno problematica di quella del cinema, ma conduce a una dimenticanza dello specifico del ministero mostrando sempre più la figura concreta di una leadership ministeriale di tipo funzionale e carismatico.

Diversamente il cinema, quando non sosta nel compiacimento di una denigrazione o parodia tutta ideologica, esibisce alcuni nodi di criticità dei quali la riflessione teologica è chiamata a farsi carico”. (mons. DARIO VIGANÒ, Pontificia Università Lateranense) FEDELI AL MINISTERO. “La condizione del clero è difficile. Forse a tutt’oggi sono state alcune le generazioni di preti al centro della recezione conciliare, della sua traduzione diocesana operata dalla Cei, dell’ampliamento di spessore della vita della Chiesa con l’emersione dei laici.

Questi presbiteri hanno sopportato novità e hanno fatto i conti con l’eredità di una crisi che veniva dal dopoguerra. In questo quadro hanno tenuto, tra la contestazione e le defezioni, perché sostanzialmente attaccati al loro lavoro di preti”.

Una “biografia collettiva dei preti italiani”, pur “partendo da un vissuto poco clamoroso”, sarebbe “storia della Chiesa e di tante parti della società italiana”. (ANDREA RICCARDI, Università Roma Tre)

(22 giugno 2005)