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Il primo degli ambiti proposti come area tematica di riflessione in preparazione al IV Convegno ecclesiale di Verona è quello della vita affettiva. Questo viene designato come l’ambito per eccellenza perché è a livello affettivo che l’uomo fa esperienza primaria della relazione; vive l’aspettativa di un mondo accogliente; esprime con la maggiore spontaneità il suo desiderio di felicità.
Cinica fotografia. Il cinema contemporaneo fotografa lucidamente, e a volte anche troppo cinicamente, le difficoltà che l’individuo si trova a vivere a livello dell’affettività in tutti i campi della sua quotidianità. Se guardiamo, ad esempio, ad alcuni dei titoli italiani più recenti e che hanno goduto di un certo successo, possiamo renderci conto di come il soggetto privilegiato della loro narrazione sia la famiglia, da una parte, e lo spaesamento in cui si trovano immersi i giovani e non solo i giovani, dall’altra, in una società sempre più narcisisticamente volta alla ricerca del piacere fine a se stesso.
A questo proposito sono paradigmatici i film di Gabriele Muccino L’ultimo bacio, Come te nessuno mai, Ricordati di me: queste tre opere di successo, infatti, sono tutte uno “spaccato” di vita familiare, in cui il nucleo primario della nostra esistenza viene vissuto come una sorta di “prigione” che non permette ai singoli individui che ne fanno parte di esprimersi realmente per quello che sono.
L’universo dei personaggi mucciniani è un universo di individui per lo più immaturi, ad ogni età; interessati semplicemente al perseguimento del loro ideale di felicità, che è un ideale semplicemente svilito in un’edonistica idea di piacere che prevede il solo soddisfacimento di se stessi. Sono individui infelici, quelli dei film di Muccino, perennemente in movimento, alla ricerca di un qualcosa, che neanche loro sanno bene che cosa sia, confusi nelle loro identità, sessuali e personali. Una sola faccia della medaglia. In un contesto del genere non c’è spazio per una vera famiglia e per impegni di progettualità seria: per lo più si tenta di scappare dall’idea di costruire vincoli duraturi, si preferisce l’ebbrezza del momento, si ricerca la superficiale ed effimera affermazione della parte esteriore di se stessi.
In un mondo dominato dalla televisione, in cui la cultura, la politica, la religione, non sembrano avere più spazio e tutto è dominato dalle immagini, assolutamente false, che il “carnevale mediatico” ci propone.
I film di Muccino riescono a cogliere meglio di altri quel clima di disagio e di potente condizionamento ad una superficializzazione dei rapporti e della cura del sé che sta investendo, prepotentemente, la nostra società contemporanea. In una realtà tardo-moderna in cui l’estetizzazione di ogni aspetto del vivere è diventato il tratto dominante dell’esistenza, sembra non esserci spazio per dimensioni di riflessione e relazione più profonda, tutto viene vissuto in una frenetica voglia di consumo effimero e “consumato” come un bene meramente materiale.
I film di Gabriele Muccino, dunque, sono molto utili per individuare e radiografare un “esistente”, ma mostrano, a volte anche un po’ troppo compiaciutamene, soltanto una “faccia” della medaglia: insieme a questa individualità narcisista, povera spiritualmente e umanamente, possiamo ritrovare un altro tipo di individualità, quella che, nonostante le difficoltà effettive, cerca un rapporto diverso con gli altri e con se stessa. La speranza non viene meno. Casomai e La febbre di Alessandro D’Alatri, ad esempio, ci propongono storie in cui i protagonisti, pur afflitti da una personalità a tratti narcisista, individualista, immatura, tentano, però, di costruire qualcosa di serio e duraturo, si pongono in rapporto con gli altri secondo una dimensione di profondità, rispetto, ricerca di una felicità condivisa, pur nelle difficoltà che si incontrano.
I giovani di D’Alatri lottano, positivamente e propositivamente, contro le imposizioni distorcenti che la società, i mass media, il mondo del lavoro, impongono e che rischiano di schiacciare l’individuo nella sua sfera affettiva, appiattendone gli slanci più veri e profondi.
Sono giovani che cercano un’autenticità di valori, di prospettive e di legami, che sappia andare a fondo nelle dinamiche relazionali e permettere così un vivere pienamente e veramente felice.
D’Alatri, perciò, pur rendendosi conto di tutte le storture a cui il mondo contemporaneo ci ha portato, è convinto che la forza più autentica degli individui riesca sempre a trovare una sua strada e che la speranza non debba mai venire meno: basta impegnarsi a fondo e con slancio, sapendo che tutto quell’impegno verrà ripagato da un vivere realmente pieno e di felicità vera e non da un effimera esaltazione momentanea.
(07 marzo 2006)