La settima arte (3)

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Certamente oggi, nella nostra società postindustriale e globalizzata il lavoro sta mutando radicalmente fisionomia e pone nuovi problemi d’impiego, competenza, concorrenza e distribuzione mondiale. Il lavoro e il tempo della festa costituiscono il secondo ambito di riflessione nel cammino di preparazione al Convegno di Verona. Al lavoro è dedicata anche buona parte della produzione cinematografica più recente. Negli ultimi anni il cinema ha posto molta attenzione alle problematiche legate al mondo del lavoro, dando vita a un filone di opere che puntano il dito, soprattutto, contro le disumane condizioni cui ci obbliga il mondo consumistico-lavorativo odierno; un po’ meno di attenzione, invece, è stata data alla dimensione della festa, a riprova che in un mondo secolarizzato e sempre più dominato dai mass media lo spazio per un senso cristiano della festività si è un po’ perso.

Per quel che riguarda il filone per così dire di film “lavorativi”, se nel passato il primo nome che veniva in mente era quello di Ken Loach, “arrabbiato” e instancabile “cantore” delle difficoltà del proletariato inglese, oggi è soprattutto in ambito francese che si è assistito ad un fiorire di titoli che prendono come soggetto le difficoltà di riuscire ad ottenere un posto in un mercato sempre più “intasato”, le distorte conseguenze a cui questo nuovo sistema induce i soggetti, lo sfruttamento. “A tempo pieno” e “L’adversaire” di Laurent Cantet, ad esempio, si concentrano soprattutto sui disturbi che un nuovo sistema lavorativo iper-tecnologizzato produce sulla psiche individuale, inducendo addirittura l’individuo a gesti estremi, contro se stesso e contro gli altri.

I due film del francese Cantet raccontato la disgregazione dell’individuo e del suo nucleo familiare sotto la pressione sempre più forte di una realtà lavorativa disumana, dove non c’è spazio per solidarietà, compassione o rapporti d’amicizia, ognuno è lasciato a se stesso e deve difendere strenuamente la sua posizione per non essere immediatamente lasciato “fuori dai giochi”.

Un mondo in cui ben si dimostra come il lavoro non sia più soltanto una necessità di primo grado (lavorare per sopravvivere), bensì sia diventata una vera e propria necessità di secondo grado: laddove lavorare significa essere, acquisire cioè un certo status sociale, essere riconosciuto all’interno del mondo edonistico-consumista, interessato al semplice accumulo delle merci, com’è quello odierno. E questo è il soggetto anche di un film in questi giorni presente nelle nostre sale: “Cacciatore di teste” di Costa Gavras, dove queste situazioni vengono raccontate con un occhio assolutamente freddo e ironicamente sarcastico (a differenza di Cantet che riesce a dare spazio sempre ad un residuo di umanità in ogni suo personaggio e lascia aperta una porta alla speranza).

Ed è il soggetto di un film italiano di pochi anni fa, bello ma difficile, come “Mobbing” di Francesca Comencini, sul problema, ormai socialmente riconosciuto, del mobbing sul posto di lavoro, ovvero della sistematica umiliazione dei dipendenti di aziende dai loro colleghi o dai loro superiori, che porta sull’orlo della disperazione molte migliaia di persone annualmente (è stato aperto anche un ufficio da parte dello Stato italiano, che si dovrebbe occupare di questo sempre più rilevante problema) e li costringe, per questo, a lasciare il loro posto di lavoro.

Il film della Comencini è duro, girato quasi come fosse un documentario, ma non senza speranza: la protagonista della pellicola, infatti, interpretata con misura e profondità da Nicoletta Braschi, riuscirà a venire fuori dalla crisi nervosa, fisica, relazionale e umana, a cui l’ha condotta il mobbing su di lei esercitato, grazie alla figlia che, lentamente, ma assiduamente, l’aiuterà a ritrovare la fiducia in se stessa, il senso di dignità perduto, l’amore per la vita e per un nuovo lavoro. Un altro aspetto che il cinema ha posto all’attenzione negli ultimi anni riguardo il mondo del lavoro è anche quello dello sfruttamento della mano d’opera degli immigrati e degli extracomunitari: una mano d’opera a basso costo, a cui non si riconoscono diritti e che si può utilizzare senza darsi limiti, calpestandone spesso ogni dignità umana.

“La promesse” dei fratelli belgi Dardenne o “Piccoli affari sporchi” dell’inglese Frears sono due ottimi esempi di opere che puntano il dito su queste tematiche, sfociando anche in considerazioni più ampie sul problema del multiculturalismo e dell’integrazione fra razze e religioni differenti in un mondo sempre più globalizzato.

Ci possiamo rendere conto, dunque, di come quello del lavoro sia un ambito molto frequentato dal cinema odierno, segno che in questa realtà così importante per il pieno sviluppo dell’uomo, qualche cosa “fa problema” e che si cerca di mettere questo qualche cosa in immagini per trovare, se non risposte, almeno una qualche soluzione che ridia dignità e pienezza a questa fondamentale dimensione dell’esistenza.

(22 marzo 2006)