Pensare in grande

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“Il contributo dei settimanali cattolici al Convegno di Verona” è stato il tema dell’incontro preparatorio al IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona, promosso, il 17 marzo a Milano, dalla Federazione italiana dei settimanali cattolici (Fisc, 150 giornali per oltre 900.000 copie complessive).

L’incontro, cui ha partecipato un centinaio di persone, tra direttori, giornalisti e collaboratori dei settimanali diocesani, è stato strutturato in due momenti: la mattina dedicata all’ascolto delle relazioni del card. Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano e presidente del Comitato preparatorio di Verona 2006 (16-20 ottobre) e di Ernesto Diaco, membro dello stesso Comitato; il pomeriggio destinato ai lavori in gruppi di studio. Don Giorgio Zucchelli, presidente della Fisc, ha ricordato che “il contributo dei settimanali cattolici locali viene dal loro storico radicamento nel territorio e dalla loro capacità di leggere alla luce del Vangelo quanto accade in Italia, in Europa, nel mondo intero”. Il contributo della Fisc verrà definito e reso noto nelle prossime settimane. Tracciando un bilancio del cammino della Chiesa italiana da Palermo a Verona, Ernesto Diaco ha richiamato “tre punti”. Innanzitutto, “la scelta missionaria”. Il Convegno di Verona non dovrà misurare solo “quanto la conversione missionaria si sia verificata, ma anche offrire indicazioni esemplari e prospettive, attorno a cui rinnovarsi”.

Il secondo punto è la “scelta culturale”: non a caso, obiettivo del progetto culturale della Chiesa italiana è “offrire a tutti una visione cristiana del mondo, ripensata ed espressa nelle categorie di oggi, capace di entrare in dialogo con la mentalità contemporanea e mostrare così l’originalità, il fascino e la plausibilità della fede in questo nostro tempo”.

“La scelta del Convegno di Verona – ha aggiunto Diaco – di mettere a tema le esperienze fondamentali della vita sarà il banco di prova della nostra capacità di tradurre il progetto di Dio sull’uomo e la speranza che ne scaturisce nella cultura diffusa”.

La terza chiave di lettura è la “nuova soggettività del laicato italiano”, da ravvisare “in una crescita dell’impegno educativo e formativo, delle forme del servizio e di presenza nel Terzo settore e nel sociale in genere, del confronto responsabile con i grandi temi della vita del Paese e dell’intero pianeta”. Ha parlato dell'”irrinunciabile responsabilità” degli operatori della comunicazione sociale il card. Dionigi Tettamanzi: “In quanto credenti, anche voi siete soggetti attivi nella lettura e nell’interpretazione della realtà storica alla luce e con la forza specifiche della fede cristiana”.

Il contributo degli operatori dei media per “la costruzione di una civiltà più umana e più umanizzante” si esprime, a giudizio del cardinale, “attraverso la realizzazione dei settimanali secondo una precisa sensibilità e quindi una precisa modalità che, da una parte, intende qualificarli come concreta, dignitosa e significativa presenza della Chiesa nella complessa e articolata piazza delle comunicazioni sociali, e, dall’altra parte, vuole proporli come una presenza cristianamente ispirata a servizio della verità e rispettosa della dignità dell’uomo”. Un impegno dei settimanali cattolici, oggi, è “inserirsi e condividere il cammino di conversione pastorale e culturale che la Chiesa italiana è impegnata a vivere”. Di qui l’appello che il card. Tettamanzi ha rivolto a chi opera nei settimanali cattolici: “Proseguire e sviluppare sempre più un rapporto stretto con le vostre comunità ecclesiali; far crescere sempre più e rendere sempre più evidente la caratteristica di essere strumenti di ispirazione cristiana; dare sempre un’anima alle notizie che comunicate; avere il coraggio di smascherare gli idoli e di smontare le false notizie”.

L’ultimo invito, in particolare, è “un’operazione di risanamento o di purificazione certamente difficile, e tuttavia quanto mai necessaria per la deriva che molti dei grandi media oggi hanno raggiunto e per il loro massiccio imporsi all’opinione pubblica”.

“Penso ai tanti pregiudizi che molte volte – ha detto il cardinale – stanno dietro alla presentazione, meglio – cioè peggio – all’enfatizzazione delle notizie. Penso alle notizie, nelle quali prevale la voglia di emozionare, di trascinare gli umori della piazza, senza la minima preoccupazione di offrire l’aiuto di un qualche approfondimento. Penso, ancora, alle notizie che tendono a creare una sorta di fanatismo collettivo, che esalta il successo e altrettanto facilmente lo smonta”.

“Smontare gli idoli del pregiudizio, della pura emozione, del fanatismo”, ha concluso il cardinale, significa “aiutare la gente a credere di più nella partecipazione responsabile di se stessi alla vita della comunità”. Significa “essere seminatori e comunicatori di speranza, di speranza cristiana”.

(21 marzo 2006)