VERONA 2006: VOLTI (2)
“So soltanto che ci sono dei piccoli esseri umani in frigorifero”.
Non sono io ad asserirlo che, di biologia e medicina, sono bloccata alle nozioni del liceo classico e carente di quella lingua e di quelle nozioni. Lo afferma J.Léjeune, la cui padronanza in materia nessuno può mettere in dubbio, anche se può contestarne le idee e la credenza sottesa. Lo hanno sottolineato in tanti: dobbiamo fidarci e affidarci, troppo spesso tocchiamo con mano la nostra ignoranza e allora ricorriamo a un volume dell’Enciclopedia, a un saggio di un autore di cui non si può negare l’attendibilità.
Non voglio entrare in merito al procedimento naturale o da laboratorio in uso, voglio entrare là dove non entra la tecnica ma ormai passa solo l’empatia; la capacità cioè di entrare in relazione con l’altro, chiunque esso sia, di qualunque colore sia la sua pelle o il taglio dei suoi occhi, e sentire, avvertire la sua gioia e il suo dolore, la sua capacità di vivere e relazionarsi e il doloroso cuneo del rifiuto, del ritrarsi da tutto e da tutti.
L’empatia l’abbiamo appresa perché siamo persone, nate da un uomo e da una donna, che ci hanno donato quella che è la nostra, unica, molecola del DNA. L’abbiamo vista tante volte nei suoi colori che incantano: un filamento di un metro di lunghezza, diviso in 23 segmenti, di cui ognuno forma una spirale di spirali. L’esito è una sorta di piccolo bastoncino che solo il microscopio può vedere. I miei cromosomi: 23 trasmessi dal padre e 23 dalla madre. Qui parlano tutti gli antenati, tutta la storia delle generazioni precedenti.
Ancora Léjuene: “La vita ha una storia molto lunga ma ciascuno di noi ha un inizio preciso, che è il momento del concepimento. Noi sappiamo, e tutta la genetica e la zoologia ce lo insegnano, che esiste un legame fra genitori e figli”.
Prima di me, embrione, ci sono lo spermatozoo e l’ovulo, mio padre e mia madre.
Noi dimentichiamo il concepimento, l’amore che li ha legati e si lega a me: non è un’asserzione romantica o ancorata a una visione ascientifica della vita ed esclusivamente cristiana o cattolica. É un dato di fatto. Sempre Léjeune: “É in realtà l’informazione inscritta così bene nella materia, che questa non è più materia, ma un nuovo uomo”.
Amore e scienza si ritrovano, concordano. E noi che cosa facciamo? Creiamo le città invisibili, solo in America 400.000 embrioni sono sparsi nel continente, congelati a -197°. Quale la nostra empatia per questi piccoli esseri umani? Come entriamo in relazione con loro, anche se non “miei” perché non estratti dal mio corpo? Congelandoli abbiamo negato loro la vita, li abbiamo bloccati a uno stadio che, per noi, è utile o comodo. Quando noi, viventi, siamo assaliti, possiamo gridare, piangere, inveire. Loro, immobilizzati da una crosta di ghiaccio, forse non soffrono, forse non sentono e la loro postura relazionale non è dolente? (per non chiedersi che cosa potrebbe avvenire al “chi”, al futuro prodotto scongelato: non agiamo così con gli alimenti però).
La loro attesa di scongelo è avvolta dalla solitudine, dall’isolamento, dal terribile freddo, mentre il grembo materno è caldo, accoglie e il piccolo essere sa attaccarsi. La speranza non può germinare e fiorire perché nel ghiaccio ogni sentire è sospeso: non è neppure morte, perché queste manciate di cellule (poco più di due aspirine come volume) sono solo selezionate per la “ricerca”, con neppure la possibilità di lasciare la loro storia ed entrare nel grembo di Dio.
L’empatia però suggerisce una strada: Enrica e Pietro l’hanno battuta, quella dell’adozione scongelata. Per dare una famiglia a un embrione altrui hanno riflettuto e pregato per quattro anni, si sono confrontati, sono stati accompagnati da don Benzi e dalla comunità Papa Giovanni XXIII. Non solo ma hanno accettato gli embrioni scartati da una coppia che si era rivolto a un famoso Istituto straniero, senza pretenderne la selezione. Non solo ancora: di tasca loro, pagando profumatamente l’impianto.
I due, perché erano due, hanno ritrovato la loro dignità di piccoli esseri umani nel calore del grembo di Enrica. La speranza ha cominciato a palpitare in loro: con la loro madre e il loro padre. Dopo pochi giorni si è capito che la gravidanza non avrebbe avuto seguito, i due piccoli sarebbero morti. La speranza svaniva? Enrica risponde: “Ci siamo incontrati per poco, ma è bastato. A loro per morire avendo una mamma, a noi per sapere di aver avuto due figli che adesso ci guardano dal cielo”.
Embrioni o piccoli esseri umani congelati?
Cristiana Dobner – carmelitana scalza
(21 luglio 2006)