Pagine di speranza

VERONA 2006: LETTURE

Raccontare la speranza. È questo l’obiettivo del libro “Saper sperare”(ed. San Paolo, pagg.174), voluto dal Servizio Cei per il progetto culturale, e pensato come strumento di lavoro, riflessione e approfondimento per il IV Convegno ecclesiale nazionale. In riferimento ai cinque ambiti proposti nella traccia di riflessione all’appuntamento di Verona (vita affettiva, lavoro e festa, fragilità umana, tradizione e cittadinanza), sono presentati cinque racconti inediti sulla speranza di scrittori (Elisabetta Rasy, Eraldo Affinati, Luca Doninelli, Antonio Debenedetti, Giovanni D’Alessandro) e le riflessioni di uno psichiatra (Eugenio Borgna), due filosofi (Remo Bodei e Francesco Botturi) e due teologi (TomᚠŠpidlík e Giorgio Bonaccorso) su cinque opere celebri (una poesia, un’icona, due film e un dipinto) per rivelare la speranza in esse testimoniata, a dispetto della drammaticità delle situazioni che in esse si manifestano.

Alla base la comunione. “Non c’è memoria senza speranza; e non ci sono memoria e speranza senza il tempo: il tempo interiore, il tempo dell’io”: lo afferma Eugenio Borgna, libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università di studi di Milano, commentando il film “Il posto delle fragole di Ingmar Bergmar, che ha per protagonista il dottor Isak Borg. “Le immagini del passato, che tematizzano l’ultimo sogno del dottor Borg – continua Borgna – sono possibili proprio perché nella sua vita si è riaperta la speranza: la speranza che rinasce a volte dalla disperazione a volte dall’angoscia”.

La speranza, evidenzia lo psichiatra, “è nutrita anche dalle cose che abbiamo vissuto e che sono nascoste, e quasi imprigionate, nella memoria; e così i ricordi si rispecchiano nelle speranze che sono in noi”. La speranza, quindi, “ricapitola, trasfigurandone il senso, la storia della vita del dottor Borg e la storia di ciascuno di noi. Senza la speranza, e cioè senza l’apertura al futuro, anche il presente e il passato s’inaridiscono nella prigione fatale dell’istante e del momentaneo: dell’effimero e dell’occasionale”. Se la speranza, “come il luogo della ricerca dell’infinito, è fragile e friabile”, esposta com’è “alla banalità della vita e del male”, al tempo stesso, “non è possibile cogliere il senso della vita se non vive in noi la speranza”. E “la fontana della speranza è la comunione”.

L’amore libera. “L’amore per sua natura tradizionalmente, da Agostino in poi o almeno da San Giovanni in poi, rappresenta questa capacità di ricominciare daccapo, di togliere il peso di un passato che ci grava come un macigno sopra le spalle, fatto di risentimento, di senso d’inadeguatezza, di colpa”. È il giudizio espresso da Remo Bodei, visiting professor all’University of California, dopo aver insegnato a lungo storia della filosofia all’Università di Pisa e alla Scuola Normale superiore, commentando la poesia “Love after love” di Derek Walcott, premio Nobel per la letteratura nel 1992. “L’amore – sottolinea il filosofo – si riscatta dai rapporti quotidiani d’interesse, dal do ut des , perché instaura quello che nella simbologia antica rappresentano le tre Grazie, le Cariti, che sono appunto il simbolo della charis , e quindi della grazia nel senso non della bellezza ma del dono gratuito, perché rappresentano il dare , il ricevere e il restituire“.

In questo “circolo virtuoso di rapporti umani, che non si basa su uno scambio di equivalenti, ma proprio sul fatto che più do più ricevo” emerge “la caratteristica di una disposizione d’animo e affettiva che è una promessa per il futuro, è una speranza”. Nel dare senza ripromettersi di vedersi restituiti il favore, si trova “la capacità dell’amore di rompere gli schemi e d’iniziare daccapo, perché l’amore è un comando che ci libera”. “Festeggiare la vita – riflette ancora Bodei – significa rendersi conto che facciamo parte di una catena e che siamo anelli di qualcosa che è più grande di noi, che si prolunga nel tempo”.

Libertà più grande. “La speranza è profondamente legata alla finitezza della condizione umana, ma bisogna intendere bene in che senso. Infatti, la speranza è riconciliazione del finito con il suo futuro; un futuro di cui il finito ha bisogno per continuare a esistere”. Inizia, così, la riflessione di Francesco Botturi, ordinario di filosofia morale all’Università Cattolica di Milano, sul quadro di Vincent Van Gogh, “I mangiatori di patate”. “Cosa dobbiamo intendere per speranza? – si chiede il filosofo -. La speranza non è solo desiderio e attesa, ma non è neppure soltanto certezza e iniziativa”.

In realtà, “si spera solo ciò che, come dice Tommaso d’Aquino, è un bene arduo da conseguire e che proprio per questo sollecita l’iniziativa, ma allo stesso tempo pone nell’attesa di un evento fausto, forse donato”. La speranza, quindi, porta in sé “l’equilibrio profondo e difficile dell’iniziativa e dell’attesa, della certezza e del senso del rischio, di un’attività decisa e di una passività disponibile”. È urgente, per Botturi, “per la vita dell’uomo contemporaneo ritrovare il cammino della speranza e la sua sintesi con l’impegno storico”. Riscoprire il senso della speranza, infatti, “significa non evadere dalla storia, bensì trovarne la ragione forte”.

(01 agosto 2006)