VERONA 2006
Hélène (ma il suo vero nome, coperto dalla privacy, suona più dolce) è una giovane universitaria proveniente dal Burundi, con lo status di rifugiata e ora residente in una città della Campania. É una delle trenta persone immigrate invitate a partecipare, il prossimo ottobre a Verona, al Convegno ecclesiale nazionale, per arricchirlo di un loro specifico apporto. Infatti, in riferimento alla “speranza”, parola chiave del Convegno, e ai suoi vari ambiti, come “vita affettiva, fragilità umana, cittadinanza”, Hélène, come gli altri trenta convegnisti, ha certamente qualcosa da dire, anzi da testimoniare. Riportiamo un’intervista rilasciata all’agenzia Migranti-press, della Fondazione Cei Migrantes. Da quanti anni sei in Italia?
“Da dieci anni. Arrivai quando ero ancora bambina, come del resto i miei due fratelli, poco più grandi di me, mentre il più piccolo aveva appena tre anni. Siamo quattro fratelli e la mamma; papà è morto nell’ottobre 1993, la stessa notte del colpo di Stato, quando è stato ucciso il presidente della Repubblica. Ha subito anche lui la stessa sorte”. Come avete fatto a salvarvi?
“La mamma si è salvata perché era all’ospedale col bambino più piccolo, noi tre invece eravamo a casa e ci siamo salvati perché provvidenzialmente degli uomini armati si sono piazzati davanti alla nostra abitazione mentre passava l’orda rivoluzionaria che distruggeva e massacrava con furia selvaggia. E così siamo stati risparmiati”. Dalla fine del 1993 all’arrivo in Italia ne è passato di tempo. Che è successo in questo periodo?
“Un po’ di tutto. A Bujumbura, la capitale, era troppo rischioso rimanere. Ci siamo messi al sicuro fuori città presso parenti; ma poco dopo abbiamo cercato rifugio in Rwanda. Non sto a raccontare ciò che ci è capitato anche in Rwanda, lo spaesamento e la mancanza di ogni prospettiva, l’andirivieni anche verso il Burundi, e finalmente la decisione di rifugiarci, come tanti altri burundesi, nel Congo”. Una soluzione coraggiosa, anzi disperata…
“Coraggiosa sì, disperata no, perché sostenuta dalla preghiera. Una prova durissima, alla quale noi, più grandicelli, abbiamo retto, non però il fratellino di pochi anni, entrato in una seria crisi di salute, dalla quale non si è più ripreso. Ma quando c’è tutto attorno il buio, la mamma ci ha insegnato a ricorrere al Dio della luce, a rimetterci alla sua Provvidenza paterna. E questa Provvidenza l’abbiamo toccata con mano”. Che intendi dire?
“Proprio in quello sterminato Paese africano ci siamo per caso incontrati con un deputato del Parlamento italiano, che ha preso a cuore il nostro caso e, data la sua autorevolezza, non gli è stato difficile farci entrare in Italia in qualità di rifugiati politici”. E da quel momento i vostri problemi più grandi si sono andati risolvendo…
“Il problema della sicurezza, sì. Per il resto ci siamo sistemati alla meglio, accontentandoci dell’essenziale e lasciandoci trascinare dal coraggio della mamma, dalla sua fiducia nella Provvidenza. Anche qui la Provvidenza ha preso talora volto umano come quello delle suore tanto vicine a noi col loro sostegno morale e materiale. La mamma continua a darsi da fare in cerca di lavori, piuttosto precari, per mantenere la famiglia; e finora ce l’ha fatta: mentre il più piccolo ormai adolescente è inserito nella scuola con un’insegnante di sostegno e riceve le cure del suo caso in un centro di riabilitazione, noi tre, ormai in età adulta, siamo iscritti all’università. Questa è stata la volontà tenace della mamma e tutto grava sulle sue spalle. Guardando avanti però c’è qualche spiraglio di luce, anche per nostro fratello più piccolo che, grazie alle tante attenzioni, sta recuperando la salute; e poi, fra qualche anno, noi più grandi avremo in mano una laurea, così anche la mamma potrà tirare un respiro. Ma aggiungo una cosa: la mamma, in questi anni, anche se presa da tante necessità, si è sempre guardata attorno per dare una mano a chi è nel bisogno. Si è fatta anche lei, quando poteva, mano della Provvidenza”.
(21 settembre 2006)