La speranza in prigione

VERSO VERONA

Anche l’Ispettorato generale dei cappellani delle carceri italiane intende offrire il proprio contributo al IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona. “Un documento non esaustivo – spiega l’ispettore generale mons. Giorgio Caniato che ne è il curatorema indicativo di una grande realtà fatta di persone, strutture, fatti in cui opera la Chiesa” e che, tra i cinque ambiti di riflessione, s’inserisce “in quello della fragilità”.

Il contributo, che porta in calce come intestazione il tema dell’appuntamento scaligero (Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo), è costituito dal “Documento dei cappellani delle carceri ai vescovi e alla comunità cristiana” e da una riflessione di Luciano Eusebi, docente di diritto penale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, intitolata “Dinanzi alla fragilità rappresentata dall’errore”. Frutto delle relazioni predisposte dai sacerdoti impegnati nelle carceri e nelle scuole di formazione, oltre che dei pensieri espressi sul tema dai membri del Consiglio nazionale pastorale, il documento dei cappellani presenta diversi spunti di riflessione e alcune richieste.

I due testi sono pubblicati insieme in un estratto del numero 4 (luglio-agosto 2006) del bimestrale dell’Ispettorato dei cappellani “La Pastorale del Penitenziario”. In Italia sono 240 i cappellani operanti nei 204 istituti di pena per adulti, cui si aggiungono i 20 cappellani dei minori e quelli attivi nella scuole di formazione del personale: persone che mons. Caniato definisce “mandate in carcere come testimoni di Gesù risorto speranza del mondo”.

Senza distinzione. Ricordando “come già nei precedenti convegni ecclesiali nazionali, i cappellani delle carceri siano stati invitati ufficialmente a partecipare”, mons. Caniato esprime “riconoscenza ai vescovi”, unita alla certezza che il contributo presentato “verrà accolto nella preparazione del Piano pastorale nazionale che farà seguito” all’incontro di Verona. L’Ispettore generale traccia un sintetico bilancio degli anni successivi al Giubileo del 2000, constatando la “maggiore presa di coscienza da parte dei vescovi italiani” della realtà carceraria di cui uno dei segni è la nomina “a livello regionale, da parte di alcune Conferenze episcopali, di un vescovo referente della pastorale carceraria”. “Gesù è venuto a salvare tutti gli uomini – prosegue mons. Caniato – quindi i cristiani non possono dimenticare gli uomini che hanno violato la legge dello Stato”, né gli operatori carcerari. Di qui “la presenza dei cappellani, rivolta a tutti senza distinzione”.

Vivono di speranza. Per il sacerdote, “l’opera di evangelizzazione in carcere deve tenere presente” che “il detenuto è un uomo con povertà morali, spirituali e umane”, ma “è sempre persona, soggetto di diritti e doveri”. Occorre poi ricordare che “spesso la trasgressione della legge civile è considerata a sé stante rispetto alla morale e al rapporto con Dio”, e ciò richiede “una chiara catechesi sulla morale cattolica” per ristabilire “i valori umani primari”. Sul piano spirituale, osserva tuttavia mons. Caniato, “c’è spesso un fremito di desiderio che percorre l’aria” e non sono infrequenti “le vere conversioni”.

I detenuti, secondo l’Ispettore generale, “vivono nella speranza” di essere riconosciuti innocenti e/o di avere uno sconto di pena o misure alternative alla detenzione; “sperano che vengano loro concessi i permessi, e che moglie e figli li attendano”. Speranze alle quali, “pur salvaguardando i diritti della parte offesa, nel limite del possibile devono cercare di andare incontro i cristiani”. Indispensabile per mons. Caniato, una seria “azione preventiva” dei reati fondata su “un’educazione a tutti i livelli ai valori culturali, sociali e morali”. Particolare sollecitudine viene espressa dal sacerdote verso i minori: circa 600 i ragazzi detenuti, ma quasi 30mila quelli che dipendono dalle Procure dei minori perché colpevoli di reati.

Le richieste dei cappellani. Il documento dei cappellani si conclude con alcune richieste ai vescovi: “una presenza sempre più qualificata della Chiesa”; l’elaborazione di un documento dei presuli sulla pastorale carceraria; “la creazione in ogni diocesi di un Ufficio di pastorale penitenziaria e, a livello nazionale, di una Commissione episcopale ad hoc”; “un apposito spazio di formazione nei seminari per i futuri sacerdoti, e la costituzione di una specifica Consulta cristiana”.
Eusebi, da parte sua, si sofferma in particolare sul significato umano e divino della giustizia nella risposta a ciò che è male, sul ruolo della prevenzione, sul valore del perdono, sulla necessità di una riforma del sistema sanzionatorio e offre alcune linee per “una giustizia più feconda e umana”.

“La prevenzione del reato – afferma il penalista – dipende soprattutto dall’autorevolezza dei precetti normativi, cioè dalla capacità dell’ordinamento giuridico di motivare anche attraverso le strategie sanzionatorie ad un rispetto per convinzione dei medesimi”. Di qui l’importanza delle “componenti positive della prevenzione”, che devono indurre ad operare in una prospettiva di “prevenzione-consenso”.

(13 ottobre 2006)