La forma della speranza

COMMENTI

“Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con retta coscienza…”. Una raccomandazione che, nella prima lettera di Pietro affidata alla Chiesa italiana nel cammino verso Verona, segue l’esortazione “[…] pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”.

Si legge, in quelle parole, un invito a cercare e sperimentare un linguaggio attento alle altrui ragioni, un linguaggio sereno, rispettoso, non rinunciatario. Come accadde una sera lungo la strada verso Emmaus dove due viandanti intenti a parlare di cose serie si trovarono accanto un taciturno Sconosciuto. Qualcuno che improvvisamente venne riconosciuto per un gesto. La strada che porta a Verona, e da Verona riparte, é quella di Emmaus.

Viandanti e pellegrini si muovono anche oggi alla ricerca di una ragione da dare alla vita e alla morte, al lavoro e alla festa, alla fragilità e alla forza, alla cittadinanza visibile e a quella invisibile.
Alle strade asfaltate si affiancano quelle elettroniche e su entrambe, attraversando paesaggi a tratti nella luce e a tratti nel buio, procede un’umanità a volte incerta e disorientata.

Verona è chiamata a essere un linguaggio capace di rispondere all’esigenza di compagnia che ogni persona sente soprattutto nei passaggi più difficili della vita.
Verona è chiamata a essere parola serena, rispettosa, chiara. È chiamata a essere un “vocabolario di vita” che aiuti a distinguere le parole vane, spesso ben dette, dalle parole essenziali, spesso balbettate.
Nella stagione che ha preceduto il Convegno, ricca di pensieri e scelte concrete come documentano diversi osservatori, la consapevolezza di questa responsabilità è diventata il filo rosso che sempre più rafforzandosi ha tessuto, dai piccoli centri alle grandi città, la tela della speranza.

Non un’astrattezza o una teoria ma un Volto e una Presenza.
Un linguaggio antico e nuovo che ha trovato in Benedetto XVI uno straordinario maestro e testimone anche per chi è incamminato verso Verona. Dolcezza, rispetto e retta coscienza hanno sempre sostenuto ogni suo intervento. Parole forti, dette con la dolcezza di chi, consapevole dello spessore del messaggio, si fida dell’altro, della sua intelligenza e della sua onestà intellettuale. Si fida a tal punto che, sorpreso nel vedersi a volte incompreso, torna sui propri passi non per dire qualcosa di diverso o meno impegnativo ma per riconfermare fiducia nell’intelligenza e nella retta coscienza dell’altro.

Uno stile comunicativo dolce ma molto esigente quando traduce il rispetto in una richiesta a scavare dentro se stesso. Un linguaggio che viene dall’impastarsi quotidiano della speranza con la sofferenza, della gioia con il dolore, del dubbio con la certezza, della memoria con il progetto…

In questi percorsi feriali soprattutto il laicato cattolico può ripensare la propria identità, può ancor più sperimentare la gioia e la responsabilità di sentirsi libero nell’appartenenza. Il convenire di tante persone, inviate a Verona dalle comunità di appartenenza, avrà così il profumo e il sapore di una speranza che, come una sera a Emmaus, prende la forma di una parola detta a tutti, di un pane spezzato per tutti.

Paolo Bustaffa

(29 settembre 2006)