SEMINARIO SUI 5 AMBITI
Approfondire i cinque ambiti delineati nella Traccia di riflessione (vita affettiva, lavoro e festa, fragilità, tradizione, cittadinanza) in preparazione al IV Convegno ecclesiale nazionale che si terrà a Verona, dal 16 al 20 ottobre, sul tema “Testimoni di Gesù risorto speranza del mondo”. Questo l’obiettivo del seminario di studio, promosso dalla Cei, il 24 e il 25 febbraio a Roma.
Durante il seminario, aperto nella mattinata del 24 febbraio, dal segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Betori, è stato presentato il sito creato per il convegno (www.convegnoverona.it), nel quale sono contenuti il calendario degli appuntamenti, gli eventi, la Traccia di riflessione, le notizie, le interviste e gli approfondimenti riguardanti tutte le tappe che a livello nazionale e locale si stanno percorrendo in preparazione all’appuntamento veronese.
Il sito utilizza parte del materiale (testi, video, schede) del dvd multimediale che, a disposizione dei delegati al Convegno ecclesiale, sarà presto nelle librerie cattoliche.Di seguito le sintesi delle tracce di discussione per ambito e alcune indicazioni emerse dai gruppi di studio. Esercizi di speranza. “Il credente come testimone di speranza è lo specifico del Convegno di Verona. L’enfasi cade su ciò che unifica i credenti prima di ciò che li distingue, perché siano tutti testimoni nella vicenda stupenda e drammatica di questo inizio millennio”. Lo ha detto mons. Franco Giulio Brambilla della Facoltà Teologica di Milano, aprendo i lavori del seminario di studio.
Soffermandosi sul tema dell’esercizio della speranza, proposto nella traccia di preparazione al Convegno, il teologo ha affermato che è questa “la sottolineatura immancabile per un esercizio del cristianesimo senza del quale la vita cristiana è debole e fiacca e non riesce ad essere lievito nel mondo”. A giudizio di Brambilla, “se l’attesa di futuro, soprattutto nel tempo della società fluida e ripiegata sull’immediato, esige di correggere le malattie della speranza e di metterne in luce i germi positivi presenti nelle esperienze della vita attuale, la forma cristiana della speranza deve condurre a fissare lo sguardo su Gesù Risorto, sorgente della testimonianza”.
Questa, ha aggiunto mons. Brambilla, “è un’operazione teologale, spirituale e culturale ad un tempo”. In una parola, “si tratta di mostrare che il Vangelo della risurrezione di Gesù non riguarda solo il destino futuro della persona e del mondo, ma la novità con cui si vive il presente, come pellegrini e stranieri che hanno la mente lucida e il cuore libero per dare un originale contributo alla costruzione della città e del mondo attuale”.
Vita affettiva. “Il mondo degli affetti parla nello stesso tempo il linguaggio del debito e quello della libertà”, di qui “si può intravedere alla sua radice una domanda di riconoscimento, di reciprocità”. Secondo Luigi Alici, presidente nazionale dell’Azione Cattolica – che ha introdotto l’ambito della vita affettiva – occorre “accreditare l’universo degli affetti come ambito proprio della testimonianza cristiana, aperto all’ulteriorità della speranza, che intercetta e oltrepassa gli ambiti immediati del bisogno, del desiderio, dell’attesa”.
Per Alici, “la coltivazione virtuosa degli affetti per un verso esprime il modo più alto di onorare la vocazione umana alla reciprocità, ma, per un altro verso, manifesta un’insuperabile instabilità e fragilità, che solo l’incontro salvifico con il Risorto può rigenerare efficacemente e aprire alla speranza che non delude”. In questa prospettiva, “la comunicazione del Vangelo in un mondo che cambia passa anche attraverso la capacità di guardare con occhi nuovi l’intera dimensione della vita affettiva; occhi capaci di leggere e riconoscere le ragioni del cuore”.
Dal gruppo di studio: promuovere un’educazione che porti dalle emozioni agli affetti percorrendo anche la strada della sofferenza; valorizzare l’esperienza del perdono per costruire relazioni fedeli; recuperare il rapporto tra generazioni mettendone in luce le diverse bellezze; realizzare un accompagnamento educativo alle scelte di verginità e matrimonio; comunicare la verità sull’affettività attraverso la testimonianza. Lavoro e festa. Al portavoce del Forum del Terzo settore, Edo Patriarca, è toccato offrire alcuni suggerimenti per il secondo ambito dedicato al binomio “lavoro-festa”: “Un grande sforzo culturale per riscrivere i fondamentali dell’economia; il potenziamento delle iniziative solidaristiche; il recupero di una responsabilità sociale condivisa e diffusa nei territori locali; la collocazione dei valori solidaristici al centro dell’attività economica”.
Patriarca ha sottolineato, poi, alcuni problemi che attanagliano oggi il mondo del lavoro e la dimensione della festa: se da un lato “l’obiettivo della piena occupazione non è stato raggiunto, anzi, in Europa la disoccupazione ha rialzato la testa e il diritto al lavoro si è mostrato una promessa difficile da mantenere nei contesti dell’economia di mercato”; dall’altro, “viviamo il tempo dell’individualismo e della frammentazione sociale, l’economicismo pervade tutte le dimensioni dell’umano.
Le case, luoghi di festa per antonomasia, da campi da gioco di amore e amicizia si trasformano in luoghi di schermaglie territoriali; da luoghi di condivisione in centri di riposo multifunzionale”. Al contrario, “per la comunità cristiana praticare e vivere la festa come momento di fraternità e condivisione ha chiarito Patriarca è conferire al lavoro il suo significato più nobile. La festa è un baluardo contro l’asservimento al lavoro e contro ogni sfruttamento”.
Dal gruppo di studio: avere uno sguardo generoso e positivo sul lavoro; raccontare l’esperienza di fede nei luoghi e nei tempi del lavoro; condividere la fatica e le attese della donna nella professione e nella famiglia; proporre ai giovani il lavoro come scuola, progetto, impegno e fatica per la realizzazione personale e del bene comune; impegnarsi perché ci sia lavoro e perché non sia indecente, umiliante, senza tutele nel presente e nel futuro; rinnovare una cultura d’impresa che introduca codici collaborativi e non conflittuali; fare anche del quotidiano un giorno di festa. Fragilità umana. Introducendo il terzo ambito, quello della fragilità, Paola Binetti, presidente dell’associazione “Scienza e vita”, ha invitato a riscoprire “la creatività della carità” e a “cercare tempo per gli altri”, adottando, nella quotidianità, uno stile di vita che s’interroga sulla speranza. “Le nuove fragilità oggi ci chiedono ha osservato Binetti un giusto mix di opere di misericordia materiali e spirituali: non basta dar da mangiare e da bere, occorre dare formazione, insegnare a lavorare; non basta curare i malati, occorre dare senso al loro dolore; non basta lasciare in parrocchia vestiti per gli ignudi, occorre consigliare i dubbiosi”; soprattutto è necessario “correggere gli erranti”.
“Carità e giustizia ha aggiunto Binetti sono virtù di cui non possiamo fare a meno per prenderci cura della fragilità umana. Sollecitare lo Stato a fare la sua parte non vuol dire sottrarsi alle proprie responsabilità, anche perché ognuno di noi, in quanto fedele laico, ha come compito immediato quello di operare per un giusto ordine nella società, cominciando dalla competenza professionale indispensabile per operare secondo giustizia, stando al servizio degli altri”. Ma, ha proseguito Binetti, “ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso e in prima persona, con passione e ovunque ve ne sia la possibilità; testimoniando l’amore di Dio per l’uomo con tutta la nostra condotta”.
Dal gruppo di studio: unire sempre il tema della sofferenza a quello della speranza; vivere l’esperienza del dolore come esperienza del limite e della finitudine dell’uomo ma anche del suo destino eterno; sperimentare la compassione come consapevolezza di essere amati; mettere in dialogo l’impegno delle parrocchie con quello delle istituzioni nell’ambito dell’assistenza; prendere l’iniziativa perché gli ospedali non siano aziende ma autentiche case di cura; stabilire priorità nelle diverse fragilità per evitare che l’essere “tutti fragili” possa significare che “nessuno è fragile”; raccontare la fragilità per dare un supplemento d’anima alla comunicazione. Tradizione. Mons. Gianni Ambrosio, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha approfondito il quarto ambito ricordando l’importanza di essere “consapevoli dell’immenso patrimonio della nostra tradizione culturale, impregnato di valori cristiani per attuare l’esercizio del trasmettere e per rispondere al compito educativo, illuminati e sorretti dalla speranza”.
“Il compito educativo in vista di una cultura autentica, aperta alla verità e al bene – ha precisato Ambrosio – propizia lo svelarsi del segreto della libertà umana: segnala, come simbolo e come profezia, l’esistenza di un bene inedito e indeducibile”. In effetti, “per favorire e stimolare” la consapevolezza del patrimonio della tradizione culturale cristiana “è necessario a giudizio di mons. Ambrosio – ricuperare la virtù della memoria: la consapevolezza gioiosa della rigenerazione nel mistero pasquale per mezzo dello Spirito ci rende capaci di trasmettere ciò che abbiamo ricevuto”.
Dal gruppo di studio: avere consapevolezza che l’esercizio del trasmettere è fatto di educazione, formazione e comunicazione ed è per questo atto generativo che si distende nel tempo e chiama alla vita; riaffermare con coraggio ed entusiasmo che la Chiesa è capace di testimoniare il volto di Cristo morto e risorto; trarre dalla memoria parole creatrici e ricreatrici per alimentare libertà e responsabilità. Cittadinanza. “Cosa apporta la speranza cristiana all’impegno per la cittadinanza?” e “quale coscienza si ha, nelle comunità ecclesiali, della crescente incapacità del Paese a produrre quelle risorse, materiali e immateriali, che costituiscono l’oggetto di qualsiasi politica di cittadinanza, e quale coscienza della crisi che attraversa la cultura della cittadinanza?”.
Il sociologo Luca Diotallevi, introducendo il quinto ambito, ha sollevato una serie di interrogativi, ponendo attenzione ad alcune questioni. “Il rischio assai evidente ha osservato Diotallevi – è che per la comunità ecclesiale, ma anche più in generale, non sia frequente percepire il rilievo per la coscienza cristiana della questione sociale anche già anteriormente allo sviluppo delle preoccupazioni morali”. Un ulteriore problema è, secondo Diotallevi, che, “per i cattolici non certo meno che per gli altri italiani”, la “cultura della cittadinanza si accompagna ad una misura molto modesta di cultura civica”.
Dal gruppo di studio: tenere la presa teologica nell’affrontare il tema della cittadinanza; considerare la globalizzazione come grande opportunità, non priva di costi, per una nuova cittadinanza; prendere atto che non tutte le città sono ugualmente abitabili; sperimentare nel territorio la fraternità e la sorellanza anche con i diversi; vincere la sfiducia nell’impegno politico; superare il rischio della contrapposizione tra “sottoprodotti ideologici”; rimuovere la freddezza dei politici nei confronti della dottrina sociale cristiana; contrastare l’individualismo che corrode la cittadinanza; contrastare l’illegalità che mina ogni intento di partecipazione; vivere una spiritualità seria e storica dentro la città; vedere nella costruzione della città un effetto della grazia; recuperare il terreno e le radici neotestamentarie della laicità.
(27 febbraio 2006)